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mercoledì 25 dicembre 2013

Lettera a Papa Francesco

di Alberto

Buongiorno, Santità,
malgrado io sia decisamente di un'altra parrocchia, ebreo e miscredente, sono un Suo sincero estimatore.
Apprezzo molto le Sue aperture e il fatto che accetti di mettersi in relazione, anche epistolare, con gli altri. Ho deciso quindi di scriverLe anch'io.
Per risparmiare il francobollo e per non metterLa in condizione di pensare, anche per un solo momento di dovermi una risposta, Le scrivo una lettera aperta:
Lo faccio perché ritengo di star subendo un torto dalle autorità ecclesiastiche della mia città e vorrei avere aiuto.
Le spiego: abito a Monza, in via canonica 18.

Si tratta di una via che ha origine in piazza del Duomo, rasenta la canonica dalla quale prende il nome, e con un percorso tortuoso e interessato da alcuni gradini gira intorno all'abside, passa davanti casa mia, e sfocia in via Lambro.








E' a tutti gli effetti una pubblica via, sennonché da qualche anno, in corrispondenza dei lavori per la sistemazione del magnifico, importantissimo museo del Duomo, è stato installato un cancello che taglia in due la strada e impedisce di percorrerla per intero.
Ora, i lavori sono finiti da un pezzo, ma il brutto cancello non solo è rimasto, ma viene tenuto sempre chiuso, in spregio alla ragione, al buon senso e perfino ad una convenzione tra il Comune e la parrocchia del Duomo che ne prevede l'apertura, almeno nelle ore diurne.
Le autorità religiose locali, che hanno meritoriamente restaurato e messo a reddito una serie di vecchie case nelle adiacenze della cattedrale, si comportano come un'immobiliare, hanno privatizzato di fatto una strada comunale e il piccolo parco urbano adiacente, utilizzandoli come pertinenza delle suddette abitazioni. Di fronte alle contestazioni fanno finta di niente.


Di tanto in tanto qualche pellegrino rimane imprigionato, effetto zoo..

Le autorità civili, forse per eccesso di timidezza, non fanno applicare la convenzione; i cittadini arrivano al cancello e sono costretti a tornare indietro e a circumnavigare la cattedrale senza rendersi conto che gli è stata di fatto sequestrata insieme alla via canonica, una delle più suggestive zone della città. La saluto, Santità, le faccio i miei migliori auguri, e La prego di far arrivare fin qui la Sua voce.
Alberto Colombo


le foto, come si vede dalla pessima qualità, sono mie; quella di Papa Francesco di play.google.com o ABMdesign

mercoledì 13 novembre 2013

Bastian contrario

di Gauss

Da sinistra, Gherardo Colombo, la presidente di Novaluna
Annalisa Bemporad e Gustavo Zagrebelski
Anni fa, da un viaggio di lavoro (credo in India, allora ero sempre in giro) ho portato in regalo a mia moglie un bel braccialetto d’argento tempestato di pietre scure. E’ un cerchietto a forma di serpente con la testa che tenta di morsicare l’estremità della sua stessa coda. Non sapevo che si chiamasse uroboro (parola di radice greca, letteralmente “che morde la coda”) né che fosse una antichissima figura mirante a significare il mito dell’eterno ritorno, l’unione della fine con l’inizio. L’ho saputo solo venerdì scorso da Gustavo Zagrebelski durante l’interessante e affollata serata di Novaluna che l’ha invitato, insieme a Gherardo Colombo, a dibattere il tema “Quale democrazia per l’Italia?”

L'uroboro indiano
Zagrebelski ricorre all’immagine dell’uroboro per dare un’idea plastica della “finanziarizzazione” dell’economia e della politica in cui vede una delle più pericolose minacce alla democrazia. Il denaro – dice Zagrebeslki – non è più destinato come in passato a procurare altre cose, costruire chiese e palazzi, nutrire popolazioni, armare eserciti e fare guerre, cose utili o dannose, ma comunque cose diverse dal denaro. Oggi il denaro serve a fare denaro. Lungi dall’essere uno strumento al servizio del sovrano (il fallimento degli Stati è una novità del nostro tempo) si è messo al servizio di se stesso e con ciò si è seduto sul trono al posto del popolo sovrano (“pecunia regina mundi”). Un detto tramandato dalla saggezza popolare ammonisce che i soldi sono lo sterco del demonio. Nell’uroboro il serpente, personificazione edenica del demonio, avvicina la bocca alla coda per nutrirsi dei suoi propri escrementi, con ciò producendone di nuovi in un processo senza inizio e senza fine. E proprio come l’uroboro, anche la finanza è un mostro che divora denaro per produrre denaro. L’avessi saputo prima di quel viaggio, l’uroboro di mia moglie sarebbe rimasto al suo posto nella gioielleria indiana, mica è roba da farne dono alle signore.

 Michelangelo, Peccato originale e cacciata dal Paradiso terrestre, Roma (Cappella Sistina)
Salto di palo in frasca – un esercizio in cui per la verità si sono cimentati con successo anche i nostri oratori – per  commentare da bastian contrario un paio di altri passaggi della memorabile conferenza di Novaluna.
Sia Zagrebelski che Colombo segnalano con forza che la democrazia non è il “bengodi”, è un sistema complicato che chiede attenzione e coinvolgimento perché nel concetto di “res publica” è contenuto sì il senso della comproprietà, della condivisione dei pubblici beni, ma insieme anche quello della ripartizione del peso del potere su tante spalle: «Governare – dice Zagrebelski – non è una festa».  

Tiziano, Sisifo, Madrid (Museo del Prado)
Colombo si spinge a sostenere che la libertà è perfino dannosa, se non è assistita dall’impegno che occorre per gestirla, tanto varrebbe tornare alla società gerarchica e piramidale dei tempi andati, che si reggeva sull’obbedienza, mentre la democrazia necessita di molto di più. Perché funzioni ognuno deve dare il suo contributo di conoscenza e responsabilità, deve battersi di persona per ciò che gli preme, non fidarsi di altri né affidarsi ad altri. Il pubblico in sala, me compreso, ascolta in silenzio, come avvinto in un esame di coscienza collettivo («E io, lo faccio il mio democratico dovere? »). Arriva però a scuotermi un'affermazione: “la democrazia è incompatibile con la delega”. Questo no, proprio non ci sto. Sarà incompatibile con la democrazia diretta, quella che piace ai grillini che straparlano di mandato imperativo, che si illudono di controllare tutto col web, sarà forse incompatibile con la democrazia referendaria di Pannella, che chiamerebbe il popolo a consulto anche per il prezzo del biglietto del tram, non certo con la “vecchia” democrazia parlamentare e rappresentativa che piace a me (piaceva anche ai padri costituenti), quella fondata sulla delega di rappresentanza che da elettore affido al mio rappresentante eletto senza pretendere di pilotarlo a distanza (lo so che il porcellum l’ha stravolta, ma non è certo colpa della delega).
La prima seduta dell'Assemblea costituente
Arriva il momento di raccogliere domande dal pubblico e un malcapitato spettatore, in una sincera e, col senno di poi, improvvida manifestazione di stima e di fiducia, chiede sia a Colombo che a Zagrebelski: «Perché non trasformate Libertà e Giustizia, il vostro “pensatoio” politico, in un partito politico? Avremmo finalmente persone degne e capaci da eleggere». La risposta di Zagrebelski  è garbatamente ironica: «Lei è già iscritto a Libertà e Giustizia? No? Si iscriva, così potrà contribuire direttamente a quel miglioramento della politica italiana che si aspetta da noi». A rincarare la dose provvede Colombo. Non si può sempre assistere, bisogna entrare in campo, schierarsi e partecipare. Riaffiorano le esperienze del magistrato che ha portato alla luce i più gravi misfatti dell’Italia repubblicana, Sindona e l’assassinio di Ambrosoli, la P2, Tangentopoli. Ne parla con amarezza, perché tutto è scivolato via, nessuno ne parla più, come se non fosse successo nulla. Una nebbia omertosa, un’ignoranza colpevole. Colpa di chi? Di tutti, la chiamata in correità non risparmia nessuno. Rivela quella che considera la ragione vera dell’esaurimento dell’inchiesta Mani pulite e dello scioglimento del pool di magistrati che l'aveva condotta: «Finché mettevamo dentro i politici importanti, le alte sfere dell’Amministrazione e i grandi industriali la gente si indignava e ci osannava. Poi abbiamo dovuto occuparci del piccolo cabotaggio, ci sono finiti fra le mani il macellaio che con un quarto di bue eludeva i controlli della vigilanza, il finanziere che prendeva la mazzetta, il medico compiacente che esentava dal servizio militare il rampollo di una famiglia facoltosa, ecc. La gente ha capito che, uno dopo l’altro, sarebbe arrivato il turno di tutti. E il favore popolare si è rivoltato in avversione». Una spiegazione plausibile, confermata anche dal perdurante successo elettorale del partito del lassismo fiscale e penale. E tuttavia si affaccia una domanda, che rimane senza risposta: «Ma il magistrato, il pubblico ministero in particolare, non è “soggetto alla legge e solo alla legge”? O dobbiamo pensare che è “soggetto solo alla legge che non urta il favore popolare, che oltretutto mica è facile da trovare”?»

Gauss

sabato 26 ottobre 2013

Verbania dalla storia alla natura

di giorgio casera

L’autunno può svelare brutte sorprese in una gita al lago. Basta una giornata coperta o addirittura con pioggia per nascondere la vera bellezza della stagione, i colori delle foglie sugli alberi nei parchi e nei boschi. Il verde di mille gradazioni si trasforma in giallo e in rosso nelle latifoglie come l’acero o il faggio, mentre l’abete conserva il suo colore verde scuro, Si parte dunque con qualche patema, sabato 19 ottobre, osservando il cielo coperto e, lungo il percorso in autostrada per Verbania, una diffusa foschia in lontananza.
Ma non andiamo a Verbania solo con obiettivi naturalistici: la prima meta, che impegnerà l’intera mattinata, è Fondotoce, frazione di Verbania, dove visiteremo la Casa della Resistenza e il Parco annesso. La Casa è stata costruita a ridosso del luogo dove nel giugno 1944 furono fucilati 43 partigiani (uno dei quali si salvò rocambolescamente), partigiani rastrellati nelle valli a NO del lago Maggiore, la Valdossola e la Valgrande, dove dopo l’8 settembre 1943 si era concentrata una forte attività partigiana (che darà luogo alla costituzione della Repubblica dell’Ossola, primo territorio libero nel Nord Italia ancora occupato dai nazifascisti). Arriviamo alla Casa alle 10, puntuali, e ci accoglie Giorgio Danini, insieme ad alcuni volontari, che aiutano nella gestione della casa. Danini è un appassionato studioso di storia della Resistenza della regione Verbano/Cusio/Ossola; è nato a Fondotoce subito dopo la guerra ed è cresciuto in un ambiente familiare schierato dalla parte “giusta”, con congiunti impegnati nella lotta armata.
Ci fa accomodare in una grande sala per conferenze e ci fornisce il quadro della situazione esistente nel 1944, con le formazioni partigiane (di ogni colore, ci tiene a precisare), ciascuna con la sua dislocazione nelle valli, a contrastare i presidi dei tedeschi e dei fascisti, situati lungo le rive del lago Maggiore. Il movimento partigiano è forte e organizzato e darà filo da torcere al nemico occupante. Componenti delle formazioni sono abitanti della zona, ma anche oppositori al regime provenienti dal Piemonte a dalla Lombardia (Gianni Citterio è caduto in queste valli in combattimento), militari che dopo l’8 settembre scelgono la lotta armata contro tedeschi e fascisti e giovani renitente alla leva nell’esercito di Graziani. L’importanza che assume la lotta armata in queste valli, la vicinanza con la Svizzera, preziosa per il contatto con gli Alleati, fa si che il CLN di Milano nomini un ufficiale di collegamento, nella persona di Giambattista Stucchi (che qui, a dimostrazione delle regole della clandestinità, conoscevano anche recentemente con il solo nome di battaglia, Federici). Vengono così alla luce i significativi legami tra Fondotoce e Monza, che Danini sottolinea.
Terminata questa premessa, Danini ci guida nel Parco esterno alla Casa. Vedremo così che l’episodio della fucilazione dei partigiani è stato solo uno spunto per costruire un luogo della memoria e della storia sui più ampi avvenimenti della 2.a guerra mondiale e della resistenza al nazifascismo. Il Parco cioè ricorda con distinti monumenti l’eccidio degli ebrei in varie località del lago Maggiore, il ruolo della donna nella Resistenza, il contributo dei giorgiani, disertori dell’esercito tedesco, alla lotta partigiana, i deportati nei campi di concentramento e infine, con un lungo muro ove sono riportati tutti i nomi, i numerosi caduti della guerra di liberazione della provincia di Novara (che fino a qualche anno fa comprendeva il Verbano/Cusio/Ossola). Percorriamo il Parco in silenzio, solo Danini parla, fino al luogo della fucilazione. I dettagli che ci racconta, le fucilazioni a tre per volta, gli abbracci tra i condannati, i corpi che cadono uno sopra l’altro, ci fanno rivivere la scena.
Rientriamo nella Casa e visitiamo le varie sale: c’è quella dei video sugli orrori della guerra, quella delle mostre estemporanee (è in corso quella sulle 4 giornate di Napoli), quella sulla fucilazione del giugno 1944 (con i documenti d’identità dei fucilati appesi alla parete, riprodotti e ingranditi), la biblioteca, che comprende l’archivio di Aldo Aniasi, ex sindaco di Milano, che è stato partigiano qui, tutte sale che ruotano intorno alla sala conferenze, costituendo un variegato percorso didattico. Perché, dice Danini, la Casa è visitata da gruppi, associazioni ma soprattutto da scuole, per una lezione di storia “dal vivo”. La Casa, peraltro, non è un museo, sottolinea ancora, ma un centro culturale vivo, che ospita incontri e manifestazioni culturali in senso lato.

Arriviamo così alle 12.30 e ci spostiamo a piedi per il pranzo in una vicina trattoria, “La gallina che fuma”. Anche qui un altro aneddoto storico: la trattoria ha sede nella costruzione dove nel 1944 era insediato un posto di blocco fascista, i cui componenti, una quarantina, furono tutti catturati durante un’azione partigiana (e successivamente liberati, non esistendo strutture per custodire prigionieri). La scelta del luogo per la fucilazione volle essere una risposta a quello smacco.
Dopo aver pranzato, bene, siamo pronti per il secondo obiettivo della gita, i giardini della Villa Taranto di Pallanza, altra frazione di Verbania. Un sole sempre più rinfrancato continua ad accompagnarci ed in pochi minuti giungiamo all’ingresso della Villa. Se c’era qualche riserva sulla data scelta per la visita (fine ottobre, e i giardini chiudono ai primi di novembre), questa svanisce alla vista delle dalie (nel cosiddetto Labirinto delle dahlie) , un’esplosione di colori originato da trecento varietà.
Ma prima e dopo le dalie, il percorso guidato ci permette di apprezzare quanto di meglio possa offrire un giardino: specie arboree di ogni tipo (che forniscono scorci che solo l’autunno, con i suoi colori, rende così suggestivi), fontane e sculture, serre, laghetti e vasche per la stupenda flora acquatica. Il tutto distribuito armonicamente su colline a vallette prospicienti il lago, e ancora, all’interno del giardino, la Villa e il mausoleo del fondatore di Villa Taranto, il capitano Neil Mc Eacharn. Ma non mi dilungo nella descrizione, preferendo invitare il lettore ad osservare le splendide foto di Massimo Vanzi, che precedono e seguono, perché, come avrebbe detto il capitano, parafrasando un noto proverbio inglese, le immagini “speak louder than words”.

lunedì 1 luglio 2013

Verdi attraverso le lettere

di giorgio casera
E’ un Verdi inedito quello che compare attraverso le lettere amorevolmente raccolte da Eduardo Rescigno e stampate da Einaudi in un bel volumone. Sicuramente diverso dall’immagine edulcorata che emergeva dai libri di storia della scuola media quando l’artista, pur colpito da avversità di ogni tipo e da disgrazie familiari, riusciva a far rifulgere il suo genio diventando uno dei simboli del Risorgimento.
Ora, quanto al genio (musicale), niente da dire! Nel melodramma ha pochi rivali, per quantità e qualità di produzione. Verdi vivrà nel tempo in cui “la musica italiana, aulica ed aristocratica per tradizione, sta per scoprire il popolo”, e certamente seppe interpretare il cambiamento di gusto musicale, indotto dalla situazione politica e sociale dell’epoca, “dal melodramma amoroso di Bellini e Donizetti al dramma musicale sollecitato da Mazzini”. (le citazioni sono di Massimo Mila, ndr).
Ma dalle lettere, che coprono il periodo dell’intera sua vita, emerge dapprima la figura di un giovane ambizioso (ma di un’ambizione ben supportata da altrettanto talento) che non si rassegna ad una esistenza tranquilla e mediocre in provincia, e in seguito la figura di un imprenditore di sé stesso, che intende vedersi riconoscere, anche economicamente, il valore delle sue opere.
E’ questa la parte più nuova ed interessante della raccolta, e giustamente Rescigno si sofferma, nella presentazione del suo ultimo lavoro, su questi aspetti. Ci presenta un giovane Verdi che, dopo un tirocinio musicale di base con maestri del suo paese, viene a studiare a Milano con una “borsa di studio” del Monte di Pietà e con il sostegno e l’incoraggiamento del direttore della locale società filarmonica, Barezzi. Non viene ammesso al Conservatorio perché verrà considerato insufficiente come pianista anche se promettente come compositore. Rimane comunque a Milano e continua gli studi sotto la guida del maestro Lavigna. E’ un giovane di belle speranza ma squattrinato e alla continua ricerca di una sistemazione stabile e decorosa. Con l’aiuto del suo maestro potrebbe diventare Maestro di cappella del Duomo di Monza (lettera-domanda di assunzione piena di superlativi, come evidentemente si usava) . Impiego che prevede un compenso di circa 2000 lire, stipendio, per l’epoca, di tutto rispetto.
E qui si verifica una vicenda degna della miglior commedia (cinematografica) italiana: alla notizia che Verdi, gloria locale, potrebbe definitivamente trasferirsi “al nord”, gli abitanti di Busseto scendono in piazza, si direbbe oggi, e fanno tanto trambusto da impensierire la Duchessa Maria Luigia.
A seguito di ciò Verdi, amareggiato, rinuncia al probabile incarico monzese e rientra al suo paese rassegnandosi a fare il Maestro di musica del Comune, ruolo modesto con stipendio modesto. Resiste due anni in questa mediocrità ma infine prende la decisione definitiva: si trasferirà senz’altro a Milano e troverà in qualche modo il suo spazio nel mondo musicale. Verifica se il posto nel Duomo di Monza è ancora vacante e, avendo avuto risposta negativa, mette sul mercato una prima opera, Oberto, Conte di S. Bonifacio.
Giuseppe Verdi
L’opera ha un discreto successo, 14 rappresentazioni alla Scala e allora arrivano le commesse. In quei tempi erano i vari impresari a commettere un’opera al compositore. Quest’ultimo riceveva il compenso pattuito a lavoro concluso e da quel momento l’opera diventava di proprietà del committente, per qualunque successivo sfruttamento commerciale.
Verdi vende questa sua prima opera per 2000 lire e si rende conto che il suo talento viene sfruttato dagli altri. La cosa non gli sembra giusta (lo scrive in una lettera ad un amico) e si da da fare per cambiare le cose. Dall’alto del suo talento musicale “obbliga” il suo editore musicale, Ricordi, a riconoscergli una percentuale come diritto d’autore, sulla stampa degli spartiti delle sue opere, assicurandosi in questo modo rendite perpetue.
E’ solo il primo passo. La musica di Verdi e il soggetto delle opere sono un grande mix nazional popolare con grande successo di pubblico. Va da sé che le commesse aumentano (verranno in rapida successione Nabucco, I Lombardi, Ernani fino allo Stiiffelio, 13 opere in 8 anni!)e i cachet si aggiornano. Le 2000 lire iniziali salgono fino a 30.000 per toccare le stratosferiche 150.000 de l’Aida e poiché Verdi, oltre che ottimo imprenditore di sé stesso era anche un ottimo amministratore dei suoi soldi, diventerà ben presto un ricco proprietario terriero. Ricco e generoso nei confronti di conoscenti ed artisti in difficoltà (finanzierà tra l’altro la Casa di Riposo per artisti in Milano).
Lettera a Boito

Tra le lettere lette con grande cura da Patrizia Cattaneo molto bella quella scritta ala sorella della seconda moglie pochi giorni prima di morire, dove sono presenti presagi sulla sua fine vicina.
Compaiono anche delle curiosità, come quelle legate alla censura del tempo, per cui nel Rigoletto, il re di Francia diventa duca di Mantova (un re non poteva rivelarsi un essere abbietto!). Non può neanche essere oggetto di un attentato (visti i tempi meglio non mettere strane idee negli spettatori!), così nel Ballo in maschera il re di Svezia diventa il conte Riccardo, improbabile governatore inglese di Boston.

La serata di Novaluna non poteva che concludersi ai tavoli di un ristorante. E qui abbiamo assistito ad un impagabile ed esilarante duetto tra lo stesso Rescigno e un suo accompagnatore, il sig. Monti, appassionato collezionista di incisioni d’epoca, di voci e musiche del melodramma. Abbiamo così potuto ascoltare, alternandoli ai piatti della cena, le voci di Tamagno, Giannini, Caruso, Titta Ruffo (il più grande Jago, secondo Monti) e altri su incisioni risalenti ai primi del ‘900, e della figlia di Giannini, Dusolina, su un disco anni ’30. Dischi 78 giri riprodotti su un grammofono rigorosamente d’epoca!
Degna serata dopo un interessante pomeriggio in libreria.

venerdì 22 febbraio 2013

Garibaldi si riprende la sua piazza

di Alfredo Viganò

Primi ‘900 in Piazza


Finalmente dopo 66 anni, l’undici di marzo la Statua in Marmo di Garibaldi, restaurata, verrà traslata in Piazza Garibaldi e il 17 vi sarà l’inaugurazione. Gianna Parri per l’Associazione mazziniana ed io per Novaluna, che abbiamo raccolto i fondi necessari ne siamo particolarmente lieti avendo vinto la nostra battaglia pluriennale contro i detrattori dell’Unità d’Italia.
Alfredo Viganò


Il nuovo posizionamento in Piazza ( fonte Comune)
A mio parere sarà un poco più grande di quanto appare qui


Da qualche anno alcuni di noi ( in particolare Gianna Parri per l’Associazione mazziniana e io per Nova Luna, ci stiamo interessando per il recupero della statua originale in marmo di Garibaldi e il suo ritorno nella omonima piazza a Monza.
La statua è di uno scultore egregio Ernesto Bazzaro ( 1859-1937). La scultura mi risulta la prima dedicata a Garibaldi: già nel 1882 il Consiglio di Monza decise per il Monumento all’Eroe dei due mondi e dopo sottoscrizione e concorso fu realizzato affidandolo allo scultore Bazzaro. Purtroppo poi, ritenendola impropriamente in degrado (1912), fu sostituita con una copia in bronzo nel 1915, e il Monumento originario finì buttato a terra nel terreno della scuola. Quella in bronzo, poi emarginata ai Boschetti in posizione laterale allora (1937)  ritenuta migliore, è oggi visibile tra il fitto delle piante lungo via Margherita di Savoia. Ci fu nel ’46 anche chi voleva che Garibaldi fosse posto in Piazza Citterio spostando Vittorio Emanuele nei Giardini di Villa reale.
Devo dire che tanti anni fa ero nel cortile dell’Istituto Olivetti per un incontro, passeggiando, forse ero con Crippa, già assessore e oggi Presidente di Novaluna, avevo notato con sorpresa, che contro la muratura verso via De Leyva e sotto tubi di cemento e cartelli stradali giaceva a terra la Statua che è opera monumentale e storicamente rilevante. Monza non è aliena da simili comportamenti, purtroppo, vista la demolizione di opere rilevanti e monumentali. L’allora assessore era l’indimenticabile amica Giovanna Mussi che fece provvedere a spostare e alzare la statua contro l’altro alto muro di confine opposto.
Mi interessai poi della cosa quando ero assessore e preparammo un progetto per il restauro e chiedemmo parere alla Soprintendenza. Sono passati anni e anche per interpellanza in Consiglio come consigliere e le richieste di Gianna, per la attenzione dell’assessore Mangone, si è ripresa la questione in occasione del centenario dell’Unità d’Italia.

Il progetto anni 2004 


Qualche bega con il Sindaco di allora e la Lega, contro Garibaldi, hanno ritardato di molto il restauro. Soldi raccolti da privati non si erano neppure potuti spendere per irragionevoli motivi. Tuttavia l’assessore riuscì con buona volontà a far partire il restauro della Statua e ora mancavano soldi per completar il tutto col trasferimento e la scelta della posizione nella Piazza..
Manca purtroppo la targa in bassorilievo dove Garibaldi era ritratto seduto che guardava il mare dall’isola di Caprera e probabilmente finita fusa per la scellerata guerra. La puntigliosa ricerca dell’amica Gianna è rimasta infruttuosa  La statua è mutilata della mano sinistra e resterà così.

Il Monumento ora all’Olivetti


Ci siamo rimessi all’opera completando con successo la raccolta di fondi e ora, dopo l’approvazione della Soprintendenza e il coordinamento del Comune (arch. Fulvia Bonfanti),  siamo a termine. Tra pochi giorni 
(11 di marzo) la Statua verrà imbracata con una apposita gabbia di ferro e traslata in Piazza Garibaldi dove si è provveduto in queste settimane a sistemare il basamento. Basamento modificato in altezza , ma simile a quello originario. La posizione è quella nello slargo a lato destro della facciata de Tribunale, come era previsto nella prima proposta  all'epoca della Amministrazione Faglia.. Il 17 vi sarà l’inaugurazione a cui saremo presenti spero in molti.
Un grazie a tutti anche per le donazioni liberali che hanno consentito l’attuazione di questo desiderio da anni coltivato e pensiamo proprio che la Città ne guadagni. Tutti finalmente potranno ammirare l’opera e ricordare un grande Personaggio italiano, di statura europea e mondiale.




lunedì 18 febbraio 2013

Piccolo particolare

di Alberto


Se guardate con attenzione le foto allegate scoprirete, come nella Settimana Enigmistica, che hanno in comune un particolare, nemmeno tanto piccolo. Per darvi tempo di individuarlo vi dirò chi sono i personaggi: quello che non sono io è Giulio Confalonieri, nella foto con il soprano Carolina Segrera. Era un grande musicista e musicofilo, famoso critico musicale. Fu autore di un libro, Barboni a Milano, che a suo tempo gli diede notorietà e successo, nonché soprattutto di una eccellente storia della musica. 























 Si sussurra che sia stato l'autore della famigerata domanda sul controfagotto a lascia o raddoppia, che fece versare inchiostro a fiumi sui giornali dell'epoca, e che si difendesse dalle accuse di eccessiva difficoltà sostenendo che suo cognato Guelfo, mio prozio, non avrebbe avuto difficoltà a rispondere.
Ma torniamo a noi: cosa abbiamo in comune? Avete indovinato: il cappello.
Che non è simile, è proprio quello, il suo.
Trattasi infatti di un magnifico Borsalino, oggetto quasi di lusso, di quelli che non mi sarei mai comprato: è del tipo che non mi voglio permettere.
E' morbido, non foderato, si può schiacciare e strapazzare e con due carezze torna miracolosamente a posto.
Questo è appena un po' incencicato perché appallottolato in un cassetto c'è rimasto per più di trent'anni. Ce l'ho ritrovato mentre smontavo la casa della mia zia Baby, che era sua nipote, e si doveva trasferire in casa di riposo.
Come faccio a volte con i pantaloni alla zuava da roccia del povero Marco, mio cognato, che ogni tanto tiro fuori dall'armadio per fargli fare una giratina in montagna, a volte mi viene la voglia di indossarlo e di portarlo in giro.
Quando mi riesce di trovare i biglietti per la Scala, dove è stato di casa quasi tutte le sere per tanti anni, non lo dimentico mai.

martedì 12 febbraio 2013

Londra e la signora Thatcher

di giorgio casera

La visita a Monza di Antonio Caprarica su invito di Novaluna per la presentazione del suo ultimo libro (Ci vorrebbe una Thatcher, sottinteso per l’Italia) mi ha ricordato una lontana esperienza.

Nel 1978 ero stato spedito dalla mia azienda a Londra per partecipare ad un progetto internazionale. Poiché la durata del progetto era di sei mesi avevo il diritto di portare con me la famiglia, cosa che feci senz’altro: sarebbe stata un’esperienza irripetibile. D’altronde i benefits applicabili in quella circostanza prevedevano il rimborso dell’affitto di una abitazione adeguata e del noleggio di un’auto.
Ealing
Presi dunque casa (il pianterreno di una bella villetta, con annesso giardino (curato e bellissimo), ad Ealing, quartiere della parte occidentale di Londra, non lontano da Greenford (a NO del centro), dove aveva sede il progetto. Potemmo così vivere, nel migliore periodo per Londra, da aprile a settembre, “immersi” nella società inglese (di fronte a casa c’era un campo di cricket, più inglese di così!). Vicini di casa e negozianti simpatici e cordiali (e non era raro incontrare qualche inglese che parlava un buon italiano). E poi, era eccitante vivere nella nazione di chi aveva rivoluzionato la musica leggera o la moda. Fummo subito colpiti da novità come le rotonde (round about) o i distributori di carburante automatici, in Italia ancora da venire.

L’ambiente di lavoro, formato da colleghi provenienti da tutta Europa, naturalmente con forte presenza di britannici, era molto stimolante, l’assistenza logistica agli europei del Continente molto curata.
Kensington e Hyde Park
Rientrati in Italia abbiamo ricordato a lungo le magnifiche domeniche trascorse nei parchi di Londra interrotte dalle visite ai bellissimi musei della città o ai mercatini di Charing Cross o lungo la Bayswater Road o al grande giardino zoologico (i miei figli avevano allora 5 e 3 anni). Ci pensavo anche mentre parlava Caprarica in libreria, con una punta di nostalgia.
National Gallery
Il periodo di grazia che stavamo vivendo non ci aveva impedito di notare certe situazioni, certi contrasti. L’Inghilterra non se la passava troppo bene. I miei colleghi inglesi erano i più “poveri” d’Europa: lo si notava dallo stile di vita, molto sobrio, dall’abbigliamento e… dall’attenzione alle spese (e non erano tutti scozzesi!). Il dott. Abelson, a cui mi ero rivolto per l’assistenza medica familiare, mi aveva parlato amaramente della crisi del Servizio Sanitario Nazionale (per quanto quando ne ebbi bisogno lo trovai inappuntabile!). La filiale inglese della multinazionale (una delle quattro “major” in Europa, le altre erano Germania, Francia ed Italia) arrancava di fronte ad una crisi economica generale e alla concorrenza di una società nazionale. Tant’é che per ospitare il progetto era stata presa in affitto una vecchia caserma dei pompieri, con ambienti molto spartani. Inoltre nei nostri viaggi domenicali da Ealing al centro di Londra, non potevamo fare a meno di notare qua e là zone sottoposte a degrado, sia pure ancora con segni di un passato splendore.

Il Prime Minister in carica era Callaghan, un laburista proveniente, credo, dal mondo sindacale, e non molto amato, con mia sorpresa, dai miei colleghi inglesi. In precedenza un’alternanza laburisti – conservatori (Wilson, Heath) che probabilmente non aveva saputo applicare una strategia che permettesse alla nazione di competere con gli altri Paesi industrializzati. Nel periodo londinese avevamo un’insegnante di inglese, Barbara, una ragazza neozelandese che si pagava così gli studi a Londra. Restammo in corrispondenza per qualche mese dopo il nostro rientro a Monza e ricordo le sue lettere nell’inverno ’78-’79 in cui ci raccontava di attraversare l’inverno più triste della sua vita (scioperi continui nei servizi pubblici, un senso di malinconia sui visi delle persone, incertezza sul futuro).
Callaghan non concluse la legislatura, dopo tre anni indisse nuove elezioni. E nell’aprile 1979 arrivò il ciclone Thatcher.

martedì 5 febbraio 2013

Il recupero della Costa Concordia

di Gauss

Il mio amico americano Joe Plaski mi ha mandato una interessante documentazione, ricca di immagini e di dati tecnici, relativa al progetto di recupero della Costa Concordia, un'impresa di ingegneria navale senza precedenti. Il rapporto di Joe è una sintesi del programma televisivo "Sixty minutes" della CBS, che ha dedicato una puntata alla Costa Concordia (http://www.cbsnews.com/video/watch/?id=50137223n). L'ho tradotto riducendolo ulteriormente a una successione di immagini corredate di didascalia.
L'impresa è gigantesca, tale da giustificare l'interesse che suscita in America (più che da noi). A un anno dal disastro, la nave giace ancora su due spuntoni di roccia in un’area marina protetta (barriera corallina). Non può quindi essere smantellata in loco, deve essere rimossa, ciò che pone innumerevoli difficoltà.
Non solo è il più problematico, complesso e costoso salvataggio mai intrapreso, è anche estremamente rischioso, nessuno può dire con certezza che avrà successo. Teniamo presente che la nave pesa 60.000 tonnellate e che il 65% del suo volume è sommerso e pieno d'acqua.
La rimozione del relitto è programmata per l'estate-autunno del 2013. Se l’operazione per qualche imprevista circostanza dovesse fallire, non ci sarebbe altro da fare che smantellarlo in loco, con un gravissimo impatto ambientale. Se tutto andrà come pianificato, la Costa Concordia sarà rimorchiata a un bacino di rottamazione lontano dal Giglio, si parla di Palermo, ma anche di Livorno. La rottamazione richiederà 2 anni di lavoro.
 
Nel gennaio del 2012, la nave da crociera Costa Concordia ha urtato uno scoglio al largo dell'isola del Giglio. Da allora è il più grande relitto di nave passeggeri di tutta la storia della navigazione, molto più grande del Titanic. Nel naufragio hanno perso la vita 30 persone, due mancano ancora all’appello.

Il recupero, interamente addebitato alle compagnie di assicurazione, ha un costo stimato tra 300 e 400 M€, più del costo della nave. 
Il piano di recupero prevede di raddrizzare lo scafo facendolo poggiare su una piattaforma sommersa. 

Per poi portarla a galleggiare. 

Prima di entrare in servizio, ogni operatore deve seguire un corso di 4 giorni di arrampicata su roccia. 

La piattaforma è in costruzione, in più moduli, alla Fincantieri di S. Giorgio di Nogaro nell'Adriatico. Con l'acciaio occorrente per la sua costruzione si potrebbero costruire 3 Tour Eiffel. Ogni modulo sarà trasportato su un'enorme chiatta attorno allo stivale fino al Giglio (un periplo di due settimane).
La piattaforma sarà conficcata sul fondale, enormi tubi di intercapedine, di 8 m di diametro, impediranno che i materiali risultanti dalla perforazione si disperdano e inquinino l’area protetta. 

Già ora la nave è imbragata con cavi di acciaio che la ancorano alla terraferma, ma forti mareggiate potrebbero dislocarla. In tal caso scivolerebbe sul fondo, ciò che renderebbe il salvataggio praticamente impossibile. Il tempo è una variabile importante.
Nella posa dei cavi di ancoraggio sono tuttora impegnati 111 operatori subacquei. Lavorano h24 in turni di 45 minuti. 

Come si farà poggiare la Costa Concordia sulla piattaforma? Il progetto consiste essenzialmente nel saldare un’altra “nave” allo scafo del relitto. La nuova “nave” è costituita da enormi parallelepipedi stagni di acciaio. Sono chiamati “sponsoni” e sono alti quanto un palazzo di 11 piani.


9 sponsoni verranno saldati alla fiancata esposta dello scafo a una distanza massima di 5 centimetri l’uno dall’altro.


Poi gli sponsoni saranno agganciati alla piattaforma con robusti cavi d’acciaio. 

Potenti martinetti idraulici faranno ruotare la nave fino a riportarla in assetto. Gli sponsoni verranno riempiti d'acqua per facilitare l'operazione.

Altri 9 sponsoni saranno saldati all’altra fiancata del relitto.


L'acqua verrà pompata fuori dagli sponsoni e la spinta archimedea conseguente al loro svuotamento provocherà un effetto boa che porterà la Costa Concordia in condizione di galleggiamento (come se la nave fosse avvinghiata a un salvagente). Sarà poi trainata al cantiere di rottamazione a una velocità massima di 2 nodi.


Il progetto di recupero della Costa Concordia è affidato alla joint venture italo americana Titan- Micoperi.

Gauss