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domenica 12 dicembre 2010

Il presepe

di Nella
Tra i ricordi della mia infanzia il più magico è legato al Natale. Abitavamo allora a Intra, sul Lago Maggiore. Eravamo in tre: io, la mamma e mio fratello. C’era la guerra e il papà, recatosi in Etiopia per ‘fondare’ assieme a tanti altri ‘le basi economiche dell’Impero’ era rimasto bloccato là e poi arruolato allo scoppio delle ostilità. Ci è rimasto sei anni, prigioniero degli inglesi. Malgrado le ristrettezze economiche, il razionamento del cibo, la presenza fisica della guerra con i tedeschi nel giardino di casa che sparavano ai partigiani nascosti nelle montagne al di là del fiume, e più tardi il mitico aereo ‘Pippo’ che sorvolava il lago diretto verso Milano, la mia è stata un’infanzia felice.
 Protetta e ovattata dall’amore di mia madre che in tutti quei lunghi anni non solo ci ha fatto anche da padre ma si industriava per arrotondare il nostro magro bilancio. Ricordo nei particolari la confezione dei ‘tronchetti’ che venivano poi venduti sulle bancarelle dell’Isola Bella. Si trattava di appiccicare su delle sezioni di tronco delle cartoline con vedute del lago e poi mimetizzare le giunture con alberi, cespugli e fiori realizzati con un impasto di diversi colori fatto di acqua e caolino. Era il nostro pongo ante-litteram e io e mio fratello ci divertivamo un sacco ad aiutare la mamma che , probabilmente, ne avrebbe fatto volentieri a meno. Una roba terribilmente kitsch che a me però sembrava bellissima e che comunque andava a ruba. Per loro ho ritirato fuori dagli scatoloni tutti i miei tesori, ho fatto i necessari restauri e proprio ieri ho ricostruito con un pò di magone il mitico presepe, ripensando a mia madre che nella sua lettera di commiato si era raccomandata che parlassi di lei ai figli dei miei figli. Ho incominciato a mantenere la promessa perché Tito e Siro capiscano seppur così piccini che l’amore da cui sono circondati viene da lontano, che il filo non si è interrotto, che gli affetti veri non muoiono mai.


Ma il capolavoro della mamma è stato il presepe. Ci aveva lavorato di nascosto un’intera estate realizzando le casette con le scatole delle scarpe, le finestre intagliate, le persiane colorate, i vetri di carta trasparente, i balconcini fatti con gli stuzzicadenti, i tetti con le cortecce del bosco. E poi il laghetto, il mulino a vento, il pozzo con carrucola e cordicella. Infine la capanna, come quella disegnata dai bambini, con tanto di mangiatoia e fieno vero. Questo presepe mi ha accompagnato per un’intera vita. E’ stato il presepe dei miei due figli ricreando ogni volta il mondo incantato della mia infanzia, la magia dell’attesa, il ricordo struggente di quando la mamma lo allestiva andandosi a procurare il muschio fresco e profumato delle nostre montagne.

Allora i regali li portava il Bambin Gesù, che infatti veniva rigorosamente messo nella culla solo il mattino di Natale. Un gesto simbolico al quale non ho mai rinunciato. Una tradizione che si è interrotta qualche anno fa quando i miei due figli sono usciti di casa con i rispettivi compagni. Eravamo tutti troppo grandi, troppo disincantati per far rivivere il presepe che diventa magico solo attraverso gli occhi dell’infanzia. Ma quest’anno la favola ricomincia: questo Natale infatti ci sono i miei due primi nipotini, Tito e Siro, di un anno appena.

martedì 7 dicembre 2010

Il cavallo rosso 2

di alberto

Avevo cominciato pensando a un commento, poi mi è scappata la mano, ed ecco, in flagrante violazione delle regole che ci siamo dati, un contro-post.
Come da formale promessa, mi sono messo a leggere il libro. Non l'ho comprato: in una casa un po' troppo su misura come la mia, per ogni libro che entra occorre scartarne uno in dotazione.
L'ho preso in prestito alla civica biblioteca, e c'è voluto qualche tempo: hanno tentato di rifilarmi il solo secondo volume; dopo qualche altro giorno mi hanno consegnato l'intero malloppo.
forse ho cominciato a leggerlo un po' prevenuto, per le considerazioni di Umberto e quelle di Dario, fatto sta che a quindici giorni dall'inizio mi sono trascinato fino a pagina 200 sulle 1200 totali e ho deciso che tante bastano: lo restituirò senza averlo finito. una libertà che mi concedo in questa stagione della vita, dopo aver compiuto i settant'anni.
Mi sono chiesto se ad irritarmi fosse la paolottitudine, ma l'ho escluso risolutamente, grazie al fatto che conosco e stimo una certo numero di paolotti e mi sembrerebbe leggermente razzista farne loro una colpa.
Mentre ci rimuginavo sopra, mi tornava in mente con insistenza la prima occupazione della facoltà di architettura, una anticipazione del '68 che sarebbe arrivato cinque anni più tardi. Il casus belli fu la sede milanese degli uffici della Snia Viscosa.
Si narra che il presidente del gruppo, Franco Marinotti, avesse affidato l'incarico al nostro professore di composizione architettonica, dandogli la seguente, stringente, indicazione progettuale: mi... me piasi Paladio. La risposta fu un edificio con colonne ioniche, doriche e corinzie che divenne il parafulmine dei nostri ardori e delle nostre purezze moderniste... sembra incredibile, è passato quasi mezzo secolo.
Ecco, sono giunto alla conclusione che quello che non sopporto non è il contenuto, ma la forma reazionaria! Mi sembra incredibile che un uomo del nostro tempo scelga di esprimersi con un linguaggio in stile, come uno di quei mobili chippendale che si facevano in brianza cinquant'anni fa, come se fossero passati invano Joyce, Faulkner, Dos Passos... E' ben vero che uno può scegliere di esprimersi come gli pare, ma c'è anche la legittima difesa.

????

Diamogli una risposta autorevole, questa!