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venerdì 26 febbraio 2010

relazione Novaluna sull'arte degenerata




Forse non tutti sanno che il nazismo delegittimò prima e proibì poi tutte le tendenze dell'arte moderna della prima metà del '900, (espressionismo, fauvismo, cubismo, astrattismo, etc), bollando il tutto con il termine di "arte degenerata", e decretando la distruzione di circa 6000 opere tolte dai principali musei della Germania.
Per fortuna, non tutte andarono distrutte perchè ci fu qualche gerarca che ne nascose parecchie, cosi come altre furono vendute in Svizzera.
Oggi i musei di Berlino e di Monaco hanno una vasta raccolta di queste opere.
Su questo argomento, dal punto di vista artistico, storico e filosofico la professoressa Cristina Muccioli, docente a Brera, terrà una relazione per noi al binario 7 il 17 marzo prossimo alle ore 21.
Allego qui solo alcune delle immagini che proietteremo durante la serata, tratte da una mia raccolta.
edomonza
ATTUALITÀ di CARLO PORTA

di Dario


Mi è capitato sotto mano un volume delle poesie del Carlo Porta e ne ho approfittato per rivisitare quà e là l'opera. Può essere sorprendente rilevare come il messaggio del Porta (che fu anche scolaro presso i barnabiti nella nostra città), sia legato ad aspetti della società che sono ancora attuali ai giorni nostri.

Consideriamo ad esempio l'amministrazione della giustizia che anche allora era condizionata da certi privilegi (ad personam?) che il poeta denunciava con questi versi:

La giustizia de sto mond / la someja a quij ragner / ordij in longh e tessuu in redond / che se troeuva in di tiner. / Dininguarda a mosch, moschitt / che ghe barzega un poo arent, / purghen subet el delitt / malappenna ghe dan dent /a all'incontra i galavron / sbusen, passen senza dagn, / e la gionta del scarpon / la ghe tocca tutta al ragn.

Non doveva far difetto anche la corruzione nella pubblica amministrazione del governo asburgico che il Porta, anch'egli pubblico funzionario, così stigmatizzava:

Quand vedessev un publegh funzionari / a scialalla coj fiocch senza vergogna / disii pur che l'è segn ch'oltra al salari / el spend lu del fatt sò quel che besogna. / Quand savessev del franch che all'incontrari / nol gh'ha del sò che i ball che ne bologna, / allora senza nanch vess temerari / disii ch'el gratta, senza avegh la rogna. / Quand intrattant ch'el gratta allegrament / vedessev che i sò cap riden e tasen / disii pur che l'è segn che san nient. /Ma quand poeù ve sentissev quaj ribrezz / perché a dì che san nient l'è on dagh de l'asen / giustemela e disii che fan a mezz.

Il poeta non risparmiava neppure i politici, di qualsiasi parte fossero, apostrofandoli in modo forse un po' qualunquistico:


Marcanagg i politigh secca ball. / Cossa serv tanc descors, tance reson? / Già un bast in fin di facc boeugna portall, / e l'è inutel pensà de fà il patron; / e quand sto bast ghe l'emm d'avegh suj spall / eternament e senza remission, / cossa ne importa a nun ch'el sia d'un gall / d'on'aquila, d'on'oca o d'on cappon. / Per mi credi che el mej el possa vess / el partii de fà el quoniam, e pregà / de no barattà tant el bast de spess / se de nò, col postà da un sit all'olter, / i durezz di travers, reussirà / on spellament putasca e nagott olter.

La classe dominante d'allora era l'aristocrazia alla quale il Porta non risparmia la sua satira a volte pungente e a volte sprezzante. È famosa la sua "La nomina del cappellan" che riprende la figura pariniana della vergine cuccia:

L'eva la Lilla una cagna maltesa, / tutta goss, tutta pel e tutta lard, / e in cà Cangiasa, dopo la Marchesa, / l'eva la bestia de magior riguard, / de moeud che guaja al ciel falla sguagnì, / guaja sbeffalla, guaja dagh del ti...

E della marchesa fa questo ritratto grottesco:

La Marchesa Cangiasa in gran scuffion / fada alla Pompadour tutta a fioritt / coj sò duu bravi ciccolatinon / de taftà negher sora di polsitt / e duu grand barbison color tanè / l'eva in sala a speciai sul canapé



Il gustoso Epitafi per un can d'ona sciura marchesa è un'altra occasione per marcare le ingiustizie sociali:

Chi gh'è on can che l'è mort negaa in la grassa / a furia de paccià di bon boccon. / Poveritt che passee tegniv de bon / che de sto maaa no vee mai pù sull'assa.

La rilettura del Porta è un rinnovato divertimento e la consiglio agli amici. Per coloro che trovano difficile il dialetto milanese vi è un recente Oscar Mondadori con a fronte la traduzione in italiano

Le illustrazioni di questo scritto sono tratte da un volume delle opere del Porta edito da Paolo Carrara a Milano nel 1885.

Monza, la Balena Bianca ed i Savoia

di Claudio
 
E' apparso recentemente nel Corriere della Sera un inserto, direi ben fatto, su Monza e Brianza e sulla necessità di una vocazione internazionale, indispensabile per chi fa prodotti di qualità. Ma la fama nel mondo di Monza risale a moltissimi secoli or sono, e non solo in Europa.
Cito il seguente passo da The White Whale:

Chapter xxxvii - Sunset
"I leave a white and turbid wake; pale waters, paler cheeks, where'er I sail. The envious billows sidelong swell to whelm my track; let them; but first I pass.
Yonder, by the ever-brimming goblet's rim, the warm waves blush like wine. The gold brow plumbs the blue. The diver sun - slow dived from noon, - goes down; my soul mounts up! she wearies with her endless hill. Is, then, the crown too heavy that I wear? this Iron Crown of Lombardy. Yet is it bright with many a gem; I, the wearer, see not its far flashings; but darkly feel that I wear that, that dazzlingly confounds. 'Tis iron - that I know - not gold. 'Tis split, too - that I feel; the jagged edge galls me so, my brain seems to beat against the solid metal; aye, steel skull, mine; the sort that needs no helmet in the most brain- battering fight!"
Linguaggio aulico (aulicità di pescatori, sia pure di lungo corso?)

Pensando che all'epoca (prima metà del XIX secolo) la vocazione internazionale degli Stati Uniti si dispiegava nel commercio marittimo, nell'Atlantico e nel Pacifico, la citazione è notevole.
Ma dall'autore del più famoso incipit della letteratura americana ("Call me Ismael"  vale quanto  "Nel mezzo del cammin di nostra vita") ci si può aspettare di tutto.
Quello che non ci si può aspettare però è la previsione della sfiga.
Ma proprio a Monza quel pirla di Gaetano Bresci doveva ammazzare il re? e di fronte alla Forti e Liberi poi? Non sarebbe stato meglio ammazzarlo in piazza Carlo Alberto, a Torino? Più simbolico, più diretto, più efficace.
Per dimenticare il regicidio i Savoia cancellarono Monza (ma qualche secolo prima i Milanesi l'avevano cancellata più drasticamente).
E poi, nel secondo dopoguerra ben altra Balena Bianca si è abbattuta sugli spiriti brianzoli, monopolizzandone il pensiero dei pochi minuti quotidiani non  dedicati al lavoro.
Ma non abbattiamoci, anzi: "ad maiora et meliora"

mercoledì 24 febbraio 2010

Israele

di alberto

domani sera,
se tutto va bene,
saremo di nuovo a casa.

da dieci giorni siamo in Israele;
sono ormai quasi cinquant'anni
che bazzichiamo questo paese,
e' proprio qui che ci siamo conosciuti.
ad intervalli variabili
di tre, quattro, cinque anni,
torniamo sul luogo del delitto.

questo ci da modo
di percepire le variazioni
da una volta con l'altra
meglio che se fossimo residenti stabilmente;
il confronto tra il paese rude e povero di allora
e quello prospero ed evoluto di oggi e' impressionante.



si sono alternati nel tempo
governi piu' o meno buoni,
a volte, come ora,
addirittura pessimi,
ci sono stati momenti
in cui l'economia
e' stata piu' o meno florida,
in cui sono arrivati flussi,
a volte imponenti, di immigrati

la cosa incredibile
e' come queste differenze
siano completamente ignorate
dalla stampa e dalla televisione di casa nostra.

oggi il paese e' cresciuto,
si e' sviluppato incredibilmente,
ci sono universita', politecnici
e centri di ricerca di valore mondiale,
ogni citta' ha quartieri interi
di uffici e di fabbriche hi-tech,
ci sono teatri, musei e auditorium
eccellenti e frequentatissimi,
supermercati con quantita',
ma soprattutto varieta' di merci sorprendenti;
ma quel che stampa e televisione ci propinano
sono soltanto soldati col mitra.
non voglio con questo negare
l'esistenza di molti e gravissimi problemi,
primo tra tutti quello annoso e terribile
dei rapporti con i palestinesi,
ma mi sembra impossibile
che non riesca ad emergere una visione
meno schematica e piu'articolata della realta'

shalom
a




giovedì 18 febbraio 2010

La lingua salvata

di giorgio casera

Amici e conoscenti che mi sentono parlare con i miei fratelli ci ascoltano sorpresi, piacevolmente sorpresi, perchè capiscono che parliamo in dialetto, il che non è più tanto frequente, e perchè questo dialetto è tanto antico quanto musicale.
E’ il dialetto del Basso Agordino, una delle valli di ingresso nelle Dolomiti, nel Bellunese. E’ un dialetto di derivazione ladina (siamo molto vicini alle aree ladine dell’Alto Adige), sia pure con mescolanze con il veneto di pianura.
Lo abbiamo imparato negli anni della guerra quando mio padre decise prudentemente di sfollare al paese dei nonni per evitare pericoli per la numerosa famiglia (eravamo nove figli!). Dal 1943 al 1947 i grandi appresero il dialetto e lo affiancarono all’italiano come conoscenze linguistiche, i piccoli semplicemente sostituirono l’italiano col dialetto (con grande rammarico di mia madre, che sospirava “Parlaié cosita ben l’italian”).
E’ interessante notare che quando torniamo al paese qualcuno ci dice: “Ehi, parli come mia nonna”, perchè il nostro linguaggio è rimasto quello degli anni ’40, non si è evoluto rimanendo confinato tra le mura di casa. Al paese, passato da un’economia esclusivamente agro-pastorale ad una basata su turismo e fabbrica (occhialeria), il linguaggio ha subito la conseguente trasformazione.


Alla fine del 1947 ripartimmo dal paese (vedi cartolina) per raggiungere la sede di lavoro di mio padre, ma a quel punto la nostra lingua di casa era il dialetto, senza eccezioni. L’italiano era la lingua “esterna”. E così è ancora oggi, ma, ahimè, questa isola linguistica avrà la durata della nostra vita: i nostri figli, nati e cresciuti in città non hanno mai avuto lo stimolo per impararlo (e noi non abbiamo insistito troppo). Quando ci sentono parlare un pò ci capiscono, ma sempre con un’aria beffarda (come a dire: matusa anche nel linguaggio).
Quindi questa singolare esperienza alla fine sarà durata una sessantina o settantina d’anni.


Ebrei di Cordova


Leggo su La lingua salvata (appunto!) di Elias Canetti, che i discendenti degli Ebrei di Cordova, ai primi del ‘900 parlavano ancora spagnolo. Gli avi di Elias, dopo la cacciata dalla Spagna, seguita alla Reconquista dei califfati arabi da parte dei re cattolici, si erano rifugiati in Turchia e in seguito (a partire dal nonno di Elias) in Bulgaria. Nella città bulgara, un porto sul Danubio, dove Elias nacque, si parlavano sette lingue, ma la sua (prima) lingua madre fu lo spagnolo.
Se pensiamo che gli Ebrei spagnoli furono espulsi poco dopo il 1400 quell’isola linguistica è durata almeno 500 anni!
Che dire?
Chapeau!

mercoledì 17 febbraio 2010

La parata di sesta

di Claudio


Da giovane, molto giovane, tiravo di scherma, agonisticamente, cioè partecipavo alle gare ufficiali, locali e nazionali, per la assegnazione dei titoli annuali. Smisi assai presto, perché a vent’anni mi ammalai seriamente, e quando mi ripresi la debolezza fisica e la necessità di recuperare il tempo perduto negli studi (studiavo ingegneria), mi imposero di abbandonare.


Però molte cose apprese sulla pedana (la scherma richiede un continuo ed intenso allenamento) sono diventate parte integrante del mio comportamento fisico (la cosa vale per tutti gli schermidori): sono riflessi condizionati.

Tiravo di sciabola. Pur avendo le tre armi (fioretto, spada e sciabola) una base comune, ogni arma ha le sue peculiarità. In particolare la sciabola, e solo la sciabola, prevede la parata di sesta, che è una parata di passaggio: mentre le altre parate, una volta impostate, parano tutti (o meglio, quasi tutti) gli attacchi rivolti alla sezione del corpo che esse presidiano, la parata di sesta funziona solo di passaggio: para solo se il suo movimento è bene sincronizzato con la manovra di attacco, ed anziché fermare la lama dell’avversario provocandone il rimbalzo, la sposta. Così è a livello accademico: nella pratica degli incontri in pedana la sesta è usata meno delle altre. In alcune sale di scherma, in particolare in quelle la cui scuola privilegia il movimento rispetto alla tecnica, essa non viene nemmeno insegnata.


Come dicevo l’allenamento porta riflessi condizionati, anche a livello di concatenamento di idee.

Molte volte, specie recentemente, mi è capitato di pensare che alla sinistra italiana manca la conoscenza teorica e pratica della parata di sesta. Di fronte ad attacchi incomposti, ma che ricalcano sempre un vecchio clichè (tutti figli dell’ormai patetico slogan che i comunisti sono trinariciuti) una parata di sesta, che sposta la lama avversa fuori bersaglio attraverso una precisa sincronizzazione con i prevedibili movimenti dell’avversario, potrebbe essere auspicabile.

martedì 16 febbraio 2010

Colpo grosso in Via Bergamo!

di primo


Domenica è venuto a casa mia Giorgio per aiutarmi a sistemare un problema software sul PC. Risolto il problema (che si è puntualmente ripresentato oggi, ma nel giro di un annetto lo sistemeremo), accompagno Giorgio alla macchina e mi fa: "Verresti con me in Via Bergamo?" Erano anni che non ci andavo, ma mi sono ricordato i bei colpi che ci ho fatto, in quella lunga via monzese in cui si svolgono traffici di ogni tipo - tutti leciti, però. Mi sono ricordato in particolare alcune vecchie guide del Touring Club, quelle grandi con la copertina azzurra, e due numeri praticamente nuovi della sfiziosissima rivista FMR. Niente di tutto ciò, però me n'è successa una bella. Dopo aver salutato un ex collega di lavoro IBM che si dedica da anni con successo al restauro di mobili antichi, Giorgio si aggirava fra libri e soprattutto dischi, io fra i fumetti (Hugo Pratt, Sergio Toppi, Guido Crepax...). Mi cade lo sguardo su un contenitore in cui c'erano diversi libretti della serie Mursia "Invito alla lettura". In casa ne ho quattro: Gadda, Calvino, Borges, Fenoglio, e mi sono messo a guardare se ce n'era qualcun altro che mi interessava. Avevo già adocchiato l'oggetto delle mie brame (Tozzi), quando sento la voce del giovane aiutante del rivenditore: "Per 10 euro le do tutta la scatola". L'ho guardato smarrito: sui libretti c'era ancora attaccata la scritta 13.000, l'ultimo prezzo in lire. Il giovane ha creduto che il mio smarrimento dipendesse dal fatto dieci euro mi sembravano troppi e mi dice: "Facciamo 8 euro e non se ne parla più". Ha aggiunto una sacca quasi pregevole, per metterli dentro, solo per quella sacca gli avrei dato 6 euro. Inserisco sei copertine qui come immagini e inserisco l'elenco degli altri libretti che mi sono portato a casa, in ordine di estrazione dalla suddetta sacca: Bevilacqua, Diego Fabbri, Pomilio, Patti, Prisco, Saviane, Bernari, Cancogni, Dessì, Brignetti, Brancati, Santucci, Berto, Malaparte, Testori, Serao, Zavattini, Castellaneta, Bigiaretti, Natalia Ginzburg, Tomizza, Gramsci, Morselli, Bigongiari, Mario Soldati, Volponi, Bilenchi. Dessì, Santucci e Brancati c'erano doppi e cedo a gratis il doppione (a gratis... facciamo come con lo scambio delle figurine!). Sono libretti gradevoli, ricchi di citazioni degli autori (la cosa più utile). Un film su DVD mi costa, se va bene, 9.99 euro. Mollerò per un po' il cinema e mi dedicherò alla letteratura, per ammortizzare il corposo investimento. Tornando a casa, mi è apparso in un lampo il pensiero segreto del rivenditore: "Finalmente l'ho sbolognata via, 'sta scatola di libri, che ho caricato e scaricato inutilmente sul caminoncino almeno trenta volte!" E' proprio vero, gli affari buoni si fanno in due... viva sempre Via Bergamo!


sabato 13 febbraio 2010

occhio fotografico

di alberto



ora non mi scappa più niente:
il telefonino è sempre attaccato alla cintura.
oltre a mettermi in contatto con amici,
conoscenti, parenti, fornitori
e rompiscatole di ogni tipo
è anche una potente macchina fotografica,
che mi consente di documentare
quel che mi casca sotto gli occhi.

non che la qualità delle foto sia un gran che,
la mia abilità di fotografo
non è cresciuta con il tempo e la tecnologia.

però non ho più rimpianti,
come quella volta che,
sulla circonvallazione di Catania
non fui in grado di immortalare
l'insegna di una lavanderia,
che nelle intenzioni del lavandaio doveva recitare:
Tintoria Smacchia tutto
ma per un perverso gioco delle iniziali colorate
portava alla lettura Stintoria Macchia tutto.



o come nel caso della scritta lunare,
dietro la chiesa del Carmelo, dove per lungo tempo
si è potuto leggere, a caratteri cubitali,
TREMOLADA E' UN VISITORS

domenica 7 febbraio 2010

Le associazioni irrispettose

di giorgio casera


Si parla in questi giorni, tra l’altro, dei veleni che circolano nei corridoi vaticani in seguito al caso Boffo e dei suoi ultimi sviluppi (la velina che ha provocato le sue dimissioni da l’Avvenire sarebbe stata originata e fatta recapitare al Giornale di Feltri dall’interno della Curia Romana).
Il teologo Vito Mancuso nel commentare la vicenda, oltre ad affermare che per la storia della Chiesa si tratta di niente di nuovo sotto il sole e cita al proposito alcune istruttive vicende storiche, parla di (uomini di Chiesa) imbroglioni che sfruttano il nome di Gesù per la loro sete di potere, per la quale hanno costruito una teologia secondo cui credere in Gesù significa sempre e comunque credere alla Chiesa. Secondo l’impostazione cattolico-romana venutasi a creare soprattutto a partire dal Concilio di Trento la mediazione della struttura ecclesiastica è il criterio decisivo per credere. Lo esemplificano al meglio queste parole di Ignazio de Loyola rivolte a chi “vuole essere un buon figlio della Chiesa”: “Per essere certi in tutto, dobbiamo tenere sempre questo criterio: quello che io vedo bianco lo credo nero, se lo stabilisce la Chiesa gerarchica”.
Due anni fa ho avuto modo di vedere, al benemerito cineforum di Procultura, il film Il dolce e l’amaro di Andrea Porporati. Il film narra dell’iniziazione alla mafia di un ragazzino palermitano (Luigi Lo Cascio), del suo arruolamento e carriera nell’organizzazione fino al suo pentimento.

Indimenticabile la scena in cui, durante l’iniziazione, il ragazzo si trova di giorno in campagna insieme al suo capomafia.
Ad un certo punto il boss gli prende il viso e lo rivolge verso il cielo.
Che cosa vedi? – chiede all’aspirante picciotto.
Il sole.
Non è il sole, è la luna! Dunque cosa vedi?
Il sole.
– risponde dopo un pò il ragazzo, un pò interdetto.
Il boss gli riprende il viso con le mani e lo rivolge al cielo.
Guarda bene! Che cosa vedi?
Pausa di riflessione, e poi la risposta:
La luna!
Bravo!
– dice ancora il capomafia – Hai capito?
Si.
– chiude il ragazzo – Dovevo vedere con gli occhi vostri!

sabato 6 febbraio 2010

MAZZINI A MONZA NEL 1848

di Dario Chiarino
Nel giugno del 1949 su una bancarella di libraio in piazza Cavour a Milano scoprii un vecchio libro scritto da Jessie White Mario e intitolato “Della vita di Giuseppe Mazzini”, edito da Sonzogno del 1886, formato in quarto e rilegato modestamente. Lo acquistai per una miseria e ne feci dono a mio padre che lo gradì moltissimo e lo aggiunse alla mezza dozzina di opere biografiche che già possedeva su tale argomento.
L’autrice era un’inglese di Portsmouth, moglie di Alberto Mario, e ha rappresentato uno dei più straordinari testimoni del Risorgimento italiano, anche se non mi risulta che se ne parli a scuola e non ho mai visto in Italia una via a lei intitolata.


Questo suo libro è illustrato da ritratti e stampe di insigni artisti dei quali si possono vedere gli originali nel Museo del Risorgimento di Torino.
Tuttavia, quello che mi ha spinto a scrivere di ciò sul blog di Nova Luna è il fatto che nel libro al capitolo che tratta dell’insurrezione delle cinque giornate di Milano si parla di Mazzini a Monza come semplice milite della legione Garibaldi, anche se la sua permanenza nella nostra città fu molto fugace a causa della negativa conclusione dell’insurrezione
Nel libro con le parole di Giacomo De Medici così è descritta la venuta di Mazzini fra i volontari garibaldini, col fucile in spalla insistendo di marciare quale semplice soldato della legione:

“Un evviva generale acclamava il grande italiano e la legione l’affidava con unanime consenso la sua bandiera Dio e popolo; la marcia era faticosissima, la pioggia cadde in torrenti, eravamo inzuppati fino alla pelle. Benché abituato ad una vita di studio e mai in grado di far molto moto, durante quelle marce la sua serenità non lo abbandonò per un istante e malgrado i nostri consigli non volle mai restare indietro né lasciare la colonna. Vedendo uno dei più giovani volontari vestito di tela, lo coprì costringendolo di portare il suo tabarro. Giunto a Monza e sentita la fatale notizia della capitolazione di Milano e sapendo che un corpo numeroso di cavalli austriaci era stato spedito contro di noi, Garibaldi, non volendo esporre la piccola banda a certa morte, diede ordine di concentrarsi, invitandomi con la mia colonna a coprire la ritirata. Sempre inseguito dal nemico e minacciato da forze assai superiori, la colonna mai vacillò, ma restò compatta e tenne il nemico in scacco. Fu in questa marcia piena di pericolo e difficoltà, che la forza d’animo, l’intrepidità, la decisione che Mazzini possiede in alto grado, non mancò mai, anzi egli era l’ammirazione dei più coraggiosi tra noi. La sua presenza, le sue parole, l’esempio del suo coraggio animava i nostri giovani soldati, che inoltre erano fieri di essergli compagni in pericolo. La sua condotta è stata prova che alle qualità altissime di uomo politico egli aggiunge il coraggio e l’intrepidità del soldato.”

Da Monza la legione di Garibaldi marciò fino a Como e lì la raggiunse la notizia dell’armistizio e la fine di un’illusione.
Il fatto storico è illustrato nel libro da un disegno di Giacomo Mantegazza.
Dario