non più di un post al giorno, pubblicazione in tempo reale, argomento libero, niente contro-post ma commenti

martedì 3 maggio 2016

Villa Casana a Novedrate

di giorgio casera

Sabato 16 aprile è una giornata sorprendentemente fredda, dopo alcune giornate di piena mite primavera. Ma è la giornata prevista per la visita della Villa Casana ed il suo Parco a Novedrate, e quindi bisogna andare. La proprietà ha concesso al Garden Club di Monza l’intera mattinata per gironzolare in piena libertà intorno alla Villa e per tutto l’ampio Parco. Restano esclusi gli interni della Villa (da molto tempo inutilizzati, par di capire) e gli spazi occupati dal grande moderno edificio (ex Centro di Istruzione IBM), attualmente utilizzato da una “università” che opera in e-learning (ossia formazione a distanza), e dai suoi servizi. Comunque, per quanto grande, ben immerso nell’ampio parco.
Il gruppo dei partecipanti si ritrova nel centro di Novedrate, nella piazza antistante la facciata della villa verso il paese. In un certo senso questo era un ingresso di servizio, attraverso il quale il proprietario o un suo fattore ricevevano i fittavoli per le varie incombenze (un vecchio giardiniere ancora in servizio alla villa negli anni ’70 raccontava che da quella porta entravano i contadini a portare le primizie al barone Casana). Laura, la presidente del Garden Club, ci intrattiene, nell’attesa dei ritardatari e per farci dimenticare il freddo, sulla storia della villa e sulla sua evoluzione architettonica.
Ingresso alla Villa dal paese

La villa nasce nel 1704 come “semplice” abitazione di un ricco borghese, proprietario di terreni della zona, tutti coltivabili e coltivati, possiamo immaginare visto il periodo. Il signor Manni, questo il suo nome, aveva così la possibilità di seguirne da vicino l’attività. La famiglia Manni vi risiede per quasi tutto il ‘700 finchè, dopo una serie di passaggi di proprietà, un patrizio milanese, Giacomo Taverna, nel 1803 l’acquista per farne la sua “villa di delizia”, in posizione ideale, ad una ventina di chilometri da Milano (e altrettanti da Como), in collina, nel verde, clima salubre.
Intanto entriamo nella proprietà dall’ingresso che viene utilizzato da chi ci lavora, e da lì ci dirigiamo, attraverso una stradina bianca verso la villa. Sulla sinistra un ampio prato che, di fronte alla villa, permetteva ai suoi occupanti un’ampia visuale sul parco, sulla destra una successione di piante di rododendri e azalee fiorite. La villa ci appare come un notevole esempio di architettura dell’epoca, specie il corpo centrale, mentre i due corpi laterali sono quasi completamente nascosti dai rampicanti.
La Villa dalla stradina d'ingresso
(Sono arrivato a Novedrate la prima volta nell’inverno del 1974 per frequentare un corso aziendale. Non ero di particolare buon umore: l’azienda aveva da poco aperto il nuovo centro di istruzione là abbandonando il vecchio che era ubicato a Rivoltella del Garda, altra atmosfera, altri riferimenti conosciuti nel corso degli anni, rispetto a questa nuova località umida e nebbiosa come la stagione prevede in Alta Brianza. Tant’è, il corso finì e ritornai volentieri a casa, ma poi ebbi altre occasioni di tornare a Novedrate, anche per lunghi periodi e in altre stagioni ed ebbi così modo di ricredermi.)
Il Taverna aveva portato significative modifiche: nuove costruzioni di servizio, scuderie, fienili, abitazioni per il personale, dietro la villa (rispetto al parco) e, di fronte alla villa, un giardino all’italiana. In più, una consistente area di terreno prospiciente la villa, al di là del giardino italiano, viene destinata a parco.

Faccio in tempo a provare un certo disagio confrontando lo stato attuale della villa con quella che avevo lasciato 18 anni fa, l’ultima volta che l’avevo vista, ma subito dopo vengo colpito, e così tutti i visitatori dalla vista di un glicine incredibile che copre interamente tutte le scuderie, Inevitabile fermarsi ad ammirare lo spettacolo e scattare diecine di fotografie.
Il glicine sulle scuderie
70 anni dopo la proprietà viene acquistata dai marchesi Isimbardi. Costoro promuovono la ristrutturazione della villa che acquista così l’aspetto attuale e trasformano il giardino all’italiana in giardino inglese, seguendo la moda del tempo.
Dopo un tempo adeguato trascorso ad osservare i particolari degli edifici intorno alla villa ci portiamo su una stradina che attraversa in modo tortuoso il parco dapprima affiancando i prati della parte alta della proprietà e poi scendendo gradatamente lungo il crinale di una piccola valle “munita” di torrente (il Serenza), al momento pressoché asciutto, e in questa passeggiata i partecipanti del Garden Club si sbizzarriscono ad identificare fiori, arbusti ed alberi di alto fusto. Si parla di olmi, betulle, robinie, tigli, frassini, querce rosse, pioppi, aceri, carpini e tanti altri. I non esperti in botanica, come me, osservano ed ascoltano ammirati.
Dalla Villa verso il bosco
(Le stradine del parco costituivano i percorsi delle nostre passeggiate pomeridiane e serali, inimitabili momenti di relax dallo studio e dal lavoro. Oppure erano sede di manifestazioni sportive che la direzione del centro organizzava per il passatempo degli ospiti.)
Ad un certo punto del percorso incrociamo, contornato da una boschetto di splendidi alti faggi, una cappella in stile ‘800. Fu fatta costruire dagli Isimbardi (e poi utilizzata anche dal successivo proprietario) per essere utilizzata come cappella gentilizia di famiglia. (Nel periodo in cui ho frequentato il centro erano ancora visibili dall’esterno, attraverso le vetrate della porta, i sarcofaghi con i nomi dei defunti).
Siamo ormai in un vero e proprio bosco, dove dominano le conifere, abeti, tassi ecc., ma si trovano anche qua e là faggi, cedri, magnolie giganti, biancospini, tuie giganti. (è l’ambiente dove si tenevano i “corsi di sopravvivenza” per manager, caratterizzati da prove diciamo sportive di un certo impegno, corsi che erano di moda negli anni 90 del secolo scorso).
L’ambiente, per quanto ricordavo, si è notevolmente rinselvatichito, la crescita indisturbata del sottobosco ha cancellato vecchi sentieri e tutto l’insieme mi dà un’impressione di disordine. Ma per le signore del Garden la cosa non è negativa, la natura ha anche bisogno di periodi di spontaneità, c’è sempre tempo di riportare ordine ed armonia. Mah, speriamo…
L’ultimo proprietario, prima dei nostri tempi, è il barone Casana, che acquista la proprietà nella prima metà del ‘900, e darà il nome “definitivo” alla villa. Il barone cederà intorno al 1970 l’intera proprietà alla IBM che intende farne il Centro di istruzione per i suoi dipendenti e per i dirigenti dei suoi clienti. A questo scopo costruisce un moderno edificio in un angolo del parco, edificio dotato di aule per l’attività didattica, di albergo e di ristorante per gli “studenti”, di strutture sportive. Il parco viene mantenuto in perfetto ordine da un giardiniere che lavora a tempo pieno e la villa “rimessa in ordine” per poter ospitare “cerimonie” e pranzi di rappresentanza e piccoli uffici per gli istruttori. Il barone Casana si trasferisce sul lago di Como acquistando una villa adeguata al suo rango, che si godrà ahimè per poco tempo perché morirà pochi anni più tardi.
Superato un ponticello sopra il torrente (in secca) giungiamo fino ad un altro ingresso della proprietà che dà sulla provinciale, strada che qualche chilometro più avanti, ad ovest, sbocca sulla Comasina. L’ingresso è presidiato da una casa per il custode e costituiva l’entrata per le carrozze dei proprietari e degli ospiti provenienti da Milano o da Como e dintorni. Le carrozze, percorrendo a ritroso il nostro itinerario arrivavano all’ingresso principale della villa dopo aver attraversato il parco e il giardino italiano o inglese secondo il periodo.
Villa Casana ai bei tempi
Note (malinconiche) finali. L’IBM ha venduto la proprietà nei primi anni 2000, quando l’andamento del business sconsigliava il mantenimento di immobili in proprietà (con i relativi costi). Io avevo già lasciato l’azienda e quindi non conoscevo i particolari della vendita. Vengo a sapere nel corso della visita che il nuovo proprietario è un immobiliarista di Cantù, il quale cerca di far rendere la proprietà senza spendere troppi soldi. Per cui ha trovato un affittuario nell’”università” telematica che utilizza l’edificio del centro IBM e nel frattempo lascia ai loro destini villa e parco. Peccato!

domenica 6 settembre 2015

In giro con Andreas Kipar a Milano

di ottavio

Andreas Kipar è un architetto paesaggista di fama internazionale che vive e lavora a Milano, dove ha studio (dall’indicativo nome “Land”) con il collega Charles Jencks. A Milano è stato protagonista in questi anni di molti “progetti (e realizzazioni) di paesaggio”, come vedremo. A Monza è stato responsabile del progetto di riqualificazione dell'area sovrastante il tunnel di Viale Lombardia. Lo scorso anno ha concesso a Novaluna il privilegio di una (affollata) conferenza con riflessioni sul paesaggio urbano, in occasione della Sagra di S. Giovanni, dove non sono mancati, insieme a considerazioni più generali, riferimenti al Parco e alla Villa (vedi alla cronaca della conferenza).
Nel mese di maggio il quotidiano tedesco Die Welt, nel suo numero speciale in italiano edito in occasione dell'Expo, ha voluto dedicargli un articolo sulla sua attività a Milano, a firma di Tobias Bayer, nel quale si manifesta, attraverso le varie realizzazioni, la sua visione di “paesaggio”. Lo riportiamo integralmente qui di seguito.


La città dell'EXPO è una delle metropoli più frenetiche e densamente popolate d'Europa. L'architetto paesaggista Andreas Kipar le ha regalato nuove direttrici verdi. I suoi parchi invitano alla contemplazione.

Un’oasi a nord ovest di Milano: il Parco del Portello
Zona Fiera: palazzi direzionali grigi, un supermercato. Tutt’intorno il fragore: incessante del traffico. Al centro di questo tipico, frenetico paesaggio milanese s'innalza una spirale verde. Dietro si cela uno stagno, adagiato su un avvallamento come un piccolo lago di montagna. Silenzio. L'oasi a nordovest di Milano si chiama Parco del Portello. Qui prima sorgevano gli stabilimenti dell'Alfa Romeo, poi arrivarono Charles Jencks e Andreas Kipar e trasformarono la zona industriale dismessa in uno spazio verde. L'architetto paesaggista tedesco è seduto su una panchina al centro del parco. La particolarità del Portello? “La calma assoluta nella zona interna con lo specchio d’acqua che pare rispecchiare il cielo. E poi la spirate che punta verso l'alto come una rapida capovolta e impone movimento al tutto", dice Kipar. “Dietro ricomincia il frastuono".
Andreas Kipar nel parco del Portello
Milano, la città dell’Esposizione Universale, è un moloch con 1,3 milioni di abitanti. Innumerevoli banche, cinema, discoteche e centri commerciali si susseguono addossati l’uno all'altro. La metropoli lombarda è la città d'Europa con la più alta densità di popolazione: dai 7000 agli 8000 abitanti per chilometro quadrato. Per fare un paragone, a Monaco di Baviera sono appena 4500. A Milano i ritmi sono inverosimili: sempre di corsa, il clacson permanentemente in funzione, sgomitate senza sosta. I Tedeschi amanti dell'Italia preferiscono Firenze, Roma, Napoli o Venezia. Chi è alla ricerca di natura sceglie il Lago di Garda, la Toscana o l'Alto Adige, Milano? Al massimo conoscono il Duomo, la Galleria Vittorio Emanuele o La Scala. Nell'immaginario collettivo Milano non è sinonimo di gioia di vivere ma di dinamismo e operosità. Un pezzo .di Prussia smarritosi al sud.
L'Esposizione Universale è l'occasione per scoprire un'altra Milano, il paesaggista Andreas Kipar ne ha fatto una missione personale, ed e ormai diventato il pollice verde della città. Dal 1984, quando il professore di architettura dell'Università di Essen, dove studiava, lo mandò all'estero, Kipar vive e lavora a Milano. Da allora l'architetto originario di Gelsenkirchen, nella Renania Settentrionale-Vestfalia, e il suo studio LAND piantano un albero dietro l'altro, facendo fiorire fabbriche abbandonate e deserti dì cemento.
A poche centinaia di metri dalla stazione s'innalza la "Collina dei ciliegi". Una rampa di scale conduce alla sua sommità, da dove parte un viale fiancheggiato da alberi di ciliegio. Il viale termina in un belvedere, È mezzogiorno, si fa una pausa. Seduti sui muretti, gli stu¬denti pranzano, alcuni sono sdraiati al sole sull'erba dei prati. In lontananza, offuscati dalla caligine, si vedono i grattacieli di Milano. La cima della “Coliina dei ciliegi" è un ottimo punto per godersi il panorama della città. La Collina dei ciliegi è opera di Kipar. Da qui si dischiude l'orizzonte, afferma. Se chiedi a un Italiano del Sud cosa gli manca a Milano, ti risponderà “Mi manca l'orizzonte”. Ovunque in Italia c'è un orizzonte da vedere. “I Siciliani seduti davanti alla porta di casa non guardano nel vuoto, ma verso l’orizzonte". A Milano invece non lo potevano fare. Per questo abbiamo dotato la città di lunghe direttrici, di corridoi verdi".
La passeggiata prosegue a ovest della città. Le prossime tappe sono la stazione di Lambrate e il campus del Politecnico. Il quartiere di Lambrate ha un'aria un po' disordinata e sciatta: ex aree industriali, un paio di spazi verdi, case nuove accanto a casermoni. Un mix caotico che non offre all'occhio alcun punto fisso. Proseguendo verso sudest ci si ritrova in Via Rubattìno, e il paesaggio cambia radicalmente. Gli spazi angusti e squadrati lasciano posto a una piazza d'ampio respiro, sotto i piloni della circonvallazione si estendono un parco e uno specchio d'acqua. In un campo da calcio alcuni ragazzi rincorrono il pallone, dietro l'area verde spiccano i resti abbandonati degli ex stabilimenti della Maserati.
Il Parco della acque ad est di Milano
Ad Andreas Kipar il Parco del Rubattìno ricorda la sua regione natale, ìa zona della Ruhr. Qui Milano non è più elegante ma piuttosto rurale e più grossolana e in questo rievoca Essen o Duisburg: archeologia industriale e natura a stretto contatto, Kipar parla di “poesia": “Si parla tanto delle periferie delle città. Basta curarle, dargli un proprio valore peculiare e non ricondurle a forza a uno standard, per scoprire che sono belle, molto belle". La riflessione di Andreas Kipar non sì ferma qui. Gli stabilimenti Maserati potrebbero diventare un “polo creativo" con un cinema, ristoranti, caffè. “Come a Monaco di Baviera". Sarebbe un'idea facile da commercializzare, si potrebbe dire: Quì c'era la Maserati, che è un gran nome".
Un'idea del futuro sì ha quando si arriva alla stazione di Porta Garibaldi, attorno alla quale si è sviluppato il quartiere moderno di Porta Nuova. Uscendo dalla stazione e guardando verso sinistra si vedono due torri residenziali slanciate, che paiono costruite con i mattoncini del Tetris. Sui diversi piani sono distribuite centinaia d'alberi. Si tratta del “Bosco Verticale" un complesso avveniristico che nel 2014 ha vinto l’lnternationàl Highrise Award.
Porta Nuova è un Parco circondato da grattacieli
Poco più in là, nella stessa direzione, una facciata in vetro punta decisa verso l'alto e termina con una sottile guglia. Il grattacielo alto 231 metti è la nuova sede centrale dell'istituto bancario Unicredit. La passeggiata conduce alla Piazza Gae Aulenti, intitolata alla celebre architetto cui si deve la trasformazione in museo della stazione parigina Gare d'Orsay. Al centro della piazza vi è una grande fontana, i cui zampilli s'innalzano ai ritmo delle note delle “Quattro stagioni" di Antonio Vivaldi.
Proseguendo si attraversa una passerella sospesa che porta al complesso di Porta Nuova Varesine. Si cammina senza intoppi, non vi sono semafori nè segnali di stop, non si è costretti a cambiare d'improvviso marciapiede. Il piccolo parco è circondato da grattacieli, al centro spicca uno spazio verde che ricorda la schiena di un rettile. Anche questa è un'opera di Kipar, anche qui regna il silenzio. “Provi a immaginarsi: arriva alla stazione stressato", dice Kipar, “per raggiungere la sua destinazione passa di qui a piedi, e arriva rilassato".

domenica 12 luglio 2015

Cuius regio eius religio



Troposcatter - Schema di funzionamento
A Sana’a non potevamo fare un passo senza la scorta di Ahmed, autista, guida, guardia del corpo, interprete nonché, quasi sicuramente, poliziotto senza uniforme. Il mio collaboratore ingegner Nivella, che da veterano di Yemen masticava un po’ di arabo, lo chiamava confidenzialmente sadiq, amico, quando voleva ingraziarselo sadiqi, amico mio. A Nivella erano affidati i nostri affari in Yemen dove avevamo già raggiunto importanti successi commerciali con i nostri apparati di radiocomunicazione tra i quali si segnalava il sistema troposcatter che assicurava il primo e unico collegamento telefonico fra Sana’a e Aden, in quel tempo capitali di due stati indipendenti e ostili, la Repubblica Popolare dello Yemen del Nord (di influenza USA) e la Repubblica Araba dello Yemen del Sud (di influenza URSS). Oltre che un’impresa tecnicamente significativa, un fatto di grande rilevanza politica.
Il funzionamento del troposcatter si fonda sulla proprietà della troposfera (circa una decina di km sopra di noi) di riflettere nella direzione voluta una frazione piccolissima ma ancora percettibile del segnale elettromagnetico, consentendo così di collegare due stazioni molto distanti, anche se una si trova oltre l’orizzonte ottico dell’altra. E’ un sistema ingegnoso e sofisticato che però all’epoca del mio viaggio in Yemen doveva fare i conti con l’incipiente concorrenza dei ripetitori a bordo dei satelliti per le comunicazioni. Io, che in passato ero stato fra i pionieri dei progetti spaziali europei, la ritenevo una partita persa già prima di giocarla, ma Nivella aveva ottenuto di conoscere i programmi del governo yemenita in un incontro con il nuovo ministro delle comunicazioni al quale, considerati i nostri interessi nel paese, non sarebbe stato opportuno sottrarsi. 
Per me era la prima volta in un paese arabo, e avvicinare il mondo arabo dallo Yemen è un po’ come buttarsi in acque profonde per imparare a nuotare. In quegli anni era uno dei paesi più conservatori e tradizionalisti del mondo. Il corpo delle donne (giovani e vecchie senza eccezioni, eppure le une dalle altre si distinguevano lo stesso) era seppellito sotto il balto, una specie di vestagliona lunga fino ai piedi e rigorosamente nera, il viso coperto da un niqab ugualmente nero che lasciava libera soltanto la fessura degli occhi, quando non era anche quella nascosta dietro la fitta rete di una specie
Donne di Sana'a (foto di Steve McCurry)

di finestrella antizanzare. Il bianco e i colori chiari, negati alle donne, erano appannaggio del camicione degli uomini, forse un espediente per esaltare il preziosismo cromatico del gilè e dello scialle, la foggia fantasiosa e variopinta del copricapo e soprattutto il tripudio di arabeschi di cui erano ornati la cintura, la guaina e l’impugnatura della jambia, il pugnale corto e curvo che per ogni yemenita adulto è simbolo di virilità, nobiltà e ricchezza. Una parata di galletti a bargigli gonfi.

Nel suq, il venditore di jambie (foto di Steve McCurry)
L’assunzione di alcol era vietata, il rapporto sessuale consentito solo fra moglie e marito, regole che vigevano anche allo Sheraton, l’unico albergo di Sana’a a offrire un comfort di tipo occidentale ma verosimilmente anche l’unico albergo della catena Sheraton a bandire queste due diffusissime pratiche dello stile di vita occidentale. Poco più di una settimana prima del nostro arrivo era accaduto che un’incursione di polizia aveva scovato nello stesso letto – allo Sheraton sbarcavano tutti gli equipaggi delle compagnie aeree con scalo a Sana’a  ̶  un pilota e una hostess di passaporto tedesco e francese. Oggi non saprei dire se il pilota fosse dell’Air France e la hostess della Lufthansa o viceversa, però ricordo bene che, non bastando le diplomazie dei due paesi a cavarli di prigione, dovette intervenire l’ambasciata degli Stati Uniti, che sullo Yemen del Nord esercitavano una specie di protettorato.

Gli yemeniti si consolavano con il qat. A mezzogiorno in punto, il turista europeo che, incurante del sole a picco, si tratteneva nel suq incuriosito e frastornato dalle sue voci, dai suoi colori, dai suoi profumi, aveva a un tratto l’impressione di una improbabile domenica delle palme araba. Arrivavano tutti insieme decine di giovanotti sbandieranti robusti mazzi di fronde verdi che, dopo rapidi cenni di intesa e altrettanto rapidi passaggi di denaro, sparivano così come erano apparsi. In non più di un quarto d’ora, ramoscello dopo ramoscello, lo smercio del qat era finito e il suq,
Il bolo del qat

consumato un frugale pasto, cadeva in uno stato di torpore. Gli uomini  ̶  ma Ahmed garantiva che le donne, appartate, non facevano alcunché di diverso  ̶  si univano a gruppi, seduti su bassi sgabelli o accoccolati a terra a celebrare il rito collettivo della masticazione del qat che avevano appena acquistato. Durava due o tre ore, masticavano lentamente,  imboccando una foglia dopo l’altra fino a formare una palla di poltiglia verdastra che, trattenuta per ore tra la gengiva e la parete interna di una guancia, a lungo andare la deformava in maniera permanente.

Finché è ancor fresca, perciò deve essere distribuita tutti i giorni, la foglia di Catha edulis rilascia un’anfetamina dall’effetto blandamente euforizzante che acuisce le facoltà mentali, rende brillante la conversazione e favorisce i rapporti amichevoli, peccato che, sputato il bolo, sopravvenga uno stato di solitario, malinconico intontimento. In Yemen il qat è una droga socialmente ammessa,  ̶  «you drink coffee we chew qat», diceva Ahmed che comunque curava di non farsi vedere da noi con quella robaccia in bocca  ̶  si stima che per soddisfare il consumo quotidiano del 90% degli yemeniti adulti siano tenute a qat due terzi delle terre coltivabili e che la loro irrigazione prosciughi non meno della metà delle scarse risorse idriche del paese.

Sana’a è una città fascinosa, immersa in un’atmosfera di fiaba e di sogno. Le sue origini leggendarie risalgono all’Antico Testamento; si tramanda che fu fondata sei o sette secoli prima di Cristo da Sem, figlio di Noè, il quale, dopo aver osato avventurarsi nell’inferno del “quarto vuoto” – questo il nome dato dall’Islam al deserto arabico secondo la suddivisione coranica dell’universo in quattro parti: cielo, terra, mare e, appunto, il quarto spazio del tutto vuoto – salì sulle montagne in cerca di refrigerio e sull’altopiano, a 2300 m di altitudine, alle pendici del monte Nogum dal perfetto profilo conico, fondò Sana’a, la “città protetta”, uno dei primi insediamenti umani e culla della stirpe semitica.
Tramonto sui palazzi del centro storico di Sana'a
Il centro storico di Sana’a è classificato fra più antichi, estesi, intatti e omogenei al mondo. Vi si contano 14.000 costruzioni che una lunga sequela di restauri successivi ha preservato attraverso i secoli nonostante alcune di loro risalgano all’anno 1000 DC. Sono veri e propri palazzi di quattro o cinque piani, ma i più alti arrivano a nove, i cui robusti muri di mattoni d’argilla si presentano tutti rivestiti dello stesso fango argilloso, tenace e impermeabile. Su questa unificante cromia di un’ocra bruno-pallido, mani ingenue e ispirate hanno disegnato un intrico di figure geometriche, una diversa dall’altra, merlettature di stucco bianco che guarniscono la sagoma di porte e finestre, fregiano le balconate dei tetti terrazzati, arricchiscono i vuoti tra piano e piano. Qualunque scorcio su cui si alzi l’occhio potrebbe fare da quinta teatrale o da sfondo cinematografico (Pasolini vi ha girato alcune scene del suo Decameron).  L’omogeneità  cromatica è esaltata dai battenti delle finestre, tutti senza eccezioni dipinti di un indefinibile celeste-azzurro-indaco (ad ascoltare Ahmed, è una tinta che tiene lontani gli insetti) e dalle vetrate colorate a motivi floreali, le più antiche di alabastro sottile come un foglio di carta che consente alle donne di vedere attraverso senza essere viste. Al tramonto, il fango prende fuoco, l’ocra da pallida si fa intensa e, nel baluginare dei riflessi delle vetrate, lo stucco bianco accende le decorazioni quasi fossero luminarie.  

Suq River Road
Al tempo del mio viaggio, di automobili in giro per Sana’a se ne vedevano poche, per lo più fuoristrada giapponesi che potevano percorrere indenni  la sua strada principale, il greto sassoso di un torrente asciutto che, entrando e uscendo sotto ampi archi praticati nelle mura, lambiva il suq della città antica. Quando però, repentine e imprevedibili, in primavera cominciavano ad arrivare le piogge monsoniche, le montagne circostanti scaricavano nel letto del torrente un fronte d’onda impetuoso e improvviso che ogni anno inghiottiva di sorpresa qualche auto, talvolta con i suoi passeggeri.
Nahar al Saella
Oggi la Suq River Road è una vera e propria autostrada a scorrimento veloce nella cui trincea transita il fiume di traffico diretto in città, a eccezione del periodo delle precipitazioni in cui ridiventa un fiume d’acqua, il Nahar al Saella, che scivola via sul suo letto asfaltato protetto da sponde di pietra levigata.

La polizia urbana, forte di molti più agenti di quanto il traffico sembrasse richiedere, si distingueva per un curioso particolare cui farei fatica a credere se non l’avessi visto con i miei occhi: al posto del manganello, dal cinturone dei ghisa di Sana’a penzolava un martello, per essere precisi una mazzetta a testa appuntita che, a usarla come sfollagente, sarebbe risultata letale. Ne ho scoperto la funzione quando ho visto una martellata neanche tanto violenta ma ben assestata fracassare uno dei fari anteriori di un’auto in divieto di sosta. Multa a riscossione immediata e a deterrenza garantita. Per quanto la procedura possa sembrare primitiva e brutale, la sua ipotetica adozione nelle nostre città farebbe presto a guarirci dal malvezzo di parcheggiare in seconda fila.


La Moschea di Saleh
Del resto, che a Sana’a vigesse il pugno di ferro di un regime autoritario era chiaro come l’aria di montagna che si respirava. Ovunque, per strada, in albergo, sulle bancarelle del suq, campeggiava l’immagine di un giovane uomo in divisa militare, e bastava farvi cenno per notare negli astanti un

Samuel Aranda, La Pietà yemenita - Foto scattata per il New York Times
durante i tumulti di Sana'a dell'ottobre 2011
moto di timoroso rispetto. Era il ritratto del reggitore dello Yemen di Sana’a Ali Abdullah Saleh,
ex-caporale semianalfabeta tanto spietato e sanguinario quanto astuto e intelligente, che si vantava di governare lo Yemen danzando sulla testa dei serpenti, un’arte che nessuno esitava a riconoscergli. Sarebbe in seguito divenuto il protagonista della riunificazione dei due Yemen e sullo Yemen unito avrebbe regnato più che governato ininterrottamente fino al 2012 (33 anni al potere). Titolare di una immensa fortuna accumulata con ogni genere di frode, ha costruito a sue spese (secondo la versione ufficiale, c’è però chi sospetta che abbia finanziato l’opera con il ricatto e l’estorsione) una delle moschee più belle e grandi dell'Islam, costata 60 milioni di dollari e capace di 44.000 fedeli. 
Alì Abdullah Saleh  commenta
la distruzione del suo palazzo
E’ ancor oggi intestata a Saleh nonostante che, al traino della primavera araba, la sua stella abbia iniziato a tramontare. Nel 2011 è miracolosamente riuscito a sopravvivere a un micidiale attentato e l’anno successivo, ancor più ragguardevole impresa, a gestire la sua successione senza passare davanti a una corte marziale. Protetto da una armatissima milizia privata, esercita tuttora un potere tanto occulto quanto imperioso dal suo palazzo-fortezza di Sana’a, che notizie di un paio di mesi fa danno per bombardato dall’aviazione saudita. Saleh, neanche dirlo, ne è uscito illeso e ha subito tenuto una conferenza stampa sullo sfondo delle macerie di casa sua.  

La stazione di ricetrasmissione che volevamo visitare distava dalla città un’intera mattinata d’auto. «Partenza alle sette, non un minuto di più» diceva in tono perentorio Nivella ad Ahmed che già in precedenza non si era distinto per puntualità. «OK, alle sette, inshallah». Quell’hinshallah a Nivella non piaceva per niente, sapeva benissimo che un musulmano aggiunge “A Dio piacendo” a ogni parola che lo impegna per il futuro ma ci vedeva anche una riserva mentale, una furbesca giustificazione anticipata di un eventuale ritardo, e in verità in quell’inshallah ci poteva stare di tutto, una disgrazia come una dimenticanza: «No, sadiq, non provarci, inshallah un corno, si parte alle sette e alle sette devi essere davanti all’albergo». A Dio piacque che Ahmed, puntualissimo, alle sette fosse nella hall ad aspettarci.

Piantagione di qat
Dell’escursione fuori Sana’a ho ricordi sbiaditi, chiazze di campagna verdissima coltivata a qat, una corona di montagne spelacchiate, strade polverose e accidentate percorse da carri agricoli trainati dagli asini. Il sito dell’impianto, una casamatta piena zeppa di elettronica, era tenuto in perfetto ordine, i generatori come nuovi e i condizionatori tutti in funzione. Il personale yemenita preposto alla manutenzione sembrava sapere il fatto suo. Dopo che Nivella ebbe verificato alcuni parametri prestazionali eravamo pronti per tornare in città, ma era già passato mezzogiorno e a mezzogiorno Ahmed, chiunque fosse affidato alle sue cure, doveva sacrosantamente sostare, rifocillarsi, riposare. Insomma, era l’ora del qat.
Condusse l’auto su per una strada in salita a un vicino villaggio, all’apparenza poche case di pietra attorno a una piazza in terra battuta, un chiosco che vendeva pochi generi di conforto, una panchina di mattoni all’ombra di un solo grande albero e, seduto sulla panchina, un prigioniero, facilmente riconoscibile come tale dalla palla di ferro che una robusta e lunga catena gli assicurava alla caviglia. Sbigottimento, indignazione, compassione, possibile che al mondo esistesse ancora una barbarie come questa, dove mai ero capitato? Dopo un po’ l’uomo, forse accortosi di dare scandalo ai nostri occhi, si alzò sorridendo dalla panchina, sollevò la palla con le due mani e, percorsi pochi metri, entrò caracollando in una casa che dava sulla piazza, probabilmente casa sua. A quel sorriso il mio sdegno si stemperò nel dubbio e nella riflessione: sarà proprio vero che le sbarre di una prigione sono più civili e umane di una palla al piede? Quell’uomo, quel delinquente era fisicamente invalidato ma scontava la sua pena detentiva in casa, poteva dormire nel suo letto, godere dell’affetto e dell’assistenza della moglie e dei figli, a modo suo partecipare alla vita del villaggio, coltivare rapporti d’amicizia. Noi, gli eredi di Verri e di Beccaria, i prigionieri li teniamo rinchiusi in promiscuità con delinquenti di peggior specie, sotto il controllo a vista di guardie armate, con il magro beneficio di un’ora d’aria al giorno e di una visita parenti alla settimana.
Anziano in abito tradizionale
Il Ministero delle Comunicazioni aveva sede in una palazzina di poche stanze fuori dalle mura del centro storico. Vi si percepiva un’intenzione di sobrietà e di modernità, arredamento essenziale, personale in abiti occidentali (gli uomini, le donne nel solito sacco nero). Ci guidarono cortesemente a una sala d’aspetto dove, arrivati chissà da quanto, già stazionavano un uomo non più giovane, alto, ossuto, barba corta e grigia, che portava con grande dignità sia una splendida jambia sia sandali impolverati sui piedi scalzi e, tenuta a un guinzaglio di corda, … una capra, sì, una capra. Il ministro, giovane, elegante in un blazer blu, si affacciò dal suo ufficio, disse qualche parola in arabo all’uomo con la capra, che rimase silenzioso, e introdusse a colloquio noi prima di lui. Fu un incontro deludente, il nostro interlocutore si mostrò premuroso e gentile, prodigo di complimenti per la qualità e la performance della nostra tecnologia ma evasivo su prospettive e sviluppi futuri, forse non ne sapeva ancora niente nemmeno lui, forse attendeva direttive da Saleh che a sua volta attendeva istruzioni dagli americani, forse aveva già la testa all’incontro successivo con l’uomo e con la capra. Dopo mezz’ora mi sembrò inutile insistere, da quel tipo lì non avremmo cavato una dritta neanche a torturarlo. Mi congedai con i più sentiti ringraziamenti per il tempo che ci aveva concesso e per le preziose informazioni che ci aveva riservatamente fornito, sulle quali non avremmo mancato di lavorare con profitto.
Da Ahmed appresi poi, vero o falso che fosse, che l’uomo misterioso era un esponente autorevole dell’etnia del ministro, un capo, una persona la cui presenza bastava a intimorirlo e alla quale, qualunque cosa fosse venuta a chiedergli, non avrebbe potuto dire di no. Eppure, in segno di deferenza verso la carica cui era assurto un giovane del suo popolo, aveva camminato per più giorni secondo l’usanza tradizionale di chi si recava a Sana’a con una supplica per l’Imam. Più che comprensibile l’imbarazzo del ministro! E la capra? La capra accompagnava il viandante per provvedergli il latte di cui nutrirsi.
Ripartimmo il giorno seguente, volo Lufthansa per Francoforte. Fra i passeggeri anche una donna nerocoperta, occhi nerissimi e truccatissimi nello spicchio libero del niqab, uno sguardo che trapanava. Prese posto un paio di file dietro di noi, nell’altra corsia. In volo, mi girai per darle un’occhiata, era sparita, al suo posto una giovane e appariscente signora.

Oci ciornie
A Nivella non erano sfuggiti né i movimenti della donna né la mia delusione nel non trovarla al suo posto: «Lei stava leggendo e non se n’è accorto, ma dopo il decollo, appena spento il segnale di “Fasten your seat belts”, è andata alla toilette a togliersi la palandrana». La questione meritava un approfondimento, mi girai ancora, la donna in nero era diventata una ragazza che parlava fluentemente in tedesco e esibiva come più non si potrebbe la sua provocante avvenenza, jeans attillati, gambe incrociate con un tacco altissimo dondolante nel corridoio, scollatura generosa su un seno prorompente, labbra rosso vivo e sempre quegli occhi alteri e seducenti. Fosse andata in giro per Sana’a acconciata in quel modo, l’avrebbero lapidata; a Francoforte, se si fosse presentata col niqab, l’avrebbero compatita, sospettata, perquisita, spogliata. Donde la scelta di mimetizzarsi, magari con qualche eccesso, araba in Yemen, europea in Germania, e quale momento migliore del decollo dell’aereo per la commutazione da uno stato all’altro? Se il mondo da cui proveniva era antiquato, clericale e vessatorio, quello cui era diretta proclamava laicità, tolleranza, rispetto, libertà ma in realtà esigeva assimilazione ai suoi valori e ai suoi comportamenti.



Qui termina il racconto dei miei ricordi yemeniti, che però provo a completare, sull’abbrivio dell’episodio della trasformazione araba/tedesca, con una digressione sulle migrazioni che l’Europa intera fatica a fronteggiare, particolarmente quelle di estrazione islamica.

Carlo V ritratto da Tiziano
Se i sanguinosi conflitti religiosi susseguenti alla riforma protestante hanno lasciato una traccia indelebile nella memoria dei popoli europei, un’impronta ancor più tenace vi hanno impresso le clausole della pace che hanno regolato la difficile convivenza di confessioni diverse. A Carlo V va ascritto il merito (temporaneo, tenendo conto degli sviluppi conseguenti si muta in colpa) di aver promosso e concordato la pace di Augusta del 1555, un trattato che ha sancito, in tutti i territori dell’Impero, una divisione di fatto fra stati cattolici e riformati sulla base del principio “cuius regio, eius religio”, letteralmente "di chi la regione, di lui la religione". In altri termini, la religione del principe doveva valere per tutti i suoi sudditi, chi non ci stava era libero di emigrare. E’ una formula che non solo afferma l’identità di religione, ciò che comporta l’identità, per tutti gli abitanti di un territorio, di quell’insieme di educazione, ideali, conoscenze, sentimenti, abitudini che vanno sotto il nome di cultura, ma soprattutto conferisce al detentore del potere, unto del crisma della sovranità per investitura divina, la facoltà di imporre al popolo la sua religione, ovvero il modello culturale che gli appartiene e/o gli conviene. Ne deriva un popolo accomunato da uniformità di pensiero, quello del principe, unità di intenti, concordia, compattezza, solidarietà, però al prezzo di obbedienza e sottomissione. Troviamo qui, in embrione, la premessa e la giustificazione dello stato nazionale e autoritario che nei secoli successivi si è affermato in tutta Europa.
Sussiste una correlazione stretta tra il nazionalismo e l’assolutismo; per sua  natura un popolo nazionalista necessita di un modello cui uniformarsi e perciò inclina a seguire entusiasticamente e ciecamente l’uomo (o la donna, Evita Peron e Indira Gandhi per citare due emblematiche figure femminili) in cui da un lato riconosce i suoi stessi connotati, vizi compresi, dall’altro le caratteristiche del campione della specie (magari inventandogliele addosso), ovvero dell’esemplare superdotato per forza, volontà, coraggio, intelligenza dal quale è bello e giusto farsi guidare; di converso, un governante assoluto non può fare a meno di un popolo-nazione le cui corde vibrino unanimemente alle sollecitazioni che gli trasmette.

Su questa casa di Acireale, benché cancellata, si può ancora decifrare la scritta: L’UNITA’ RELIGIOSA E’ UNA DELLE GRANDI FORZE DI UN POPOLO. Parole di Mussolini, uno che di nazionalismo se ne intendeva
Nel Novecento europeo l’esasperazione dei contrapposti nazionalismi ha provocato due spaventose guerre per la supremazia continentale. Nella seconda, infranta la tenue barriera che separa la  nazione dalla razza, allo scontro degli eserciti si sono sommati la persecuzione e lo sterminio.
Cessate le ostilità, non si era ancor posata la polvere sulle rovine che alcune élite politiche proponevano con straordinario successo alle opinioni pubbliche europee il ripudio del nazionalismo e la parità fra le nazioni quali premesse necessarie a una pace duratura. Contestualmente si assisteva in tutto il continente a un moto di reazione all’esperienza nefasta delle
Konrad. Adenauer, Robert. Schumann, Alcide. De Gasperi
dittature e alla loro sostituzione con ordinamenti democratici che riconoscono nel popolo il titolare 
della sovranità. C’è la nausea della guerra e la sete della democrazia alla base dell’unione europea.
La rinuncia al nazionalismo e l’adozione della  democrazia implicano però un ribaltamento ideologico la cui portata va molto al di là della non belligeranza fra gli Stati, implicano che non c’è più un modello culturale di riferimento, che la patria ha a che fare con l’origine non con il destino, che la società non è altro che una pluralità di individui liberi di pensarla come gli pare e di aggregarsi in gruppi affini più o meno minoritari, atei, credenti, cattolici, ortodossi, musulmani, protestanti, ebrei, etero, omo, reazionari, rivoluzionari, politicamente-corretti, anarco-individualisti, normodotati, handicappati, nomadi, stanziali, tutti con diritto pieno di cittadinanza, tutti tenuti all’osservanza della legge ma sottratti al potere impositivo di un’autorità suprema. Quando un benpensante scandalizzato lamenta che “non c’è più religione”, si deve più correttamente intendere che non c’è più “una” religione, ogni minoranza ha la sua. Non che sia una passeggiata, quella che convenzionalmente prende il nome di civiltà occidentale si sostiene su un sistema di convivenza delle diversità di difficile gestione, basta poco per minacciarlo e occorre molto per difenderlo, possono permetterselo solo società evolute e intrinsecamente democratiche. 

Il manifesto
dello storico film
L’arrivo di ondate migratorie a forte connotazione identitaria, tipicamente quelle a stampo islamico di provenienza mediorientale e africana, introduce un elemento di turbativa nella già precaria stabilità di questo assetto. Intanto, quale che sia il loro paese d’origine, dal Marocco all’Eritrea, dalla Siria alla Nigeria, gli islamici vengono percepiti come una sola gente, straniera che più straniera non si può. Certo, c’è il peso del passato, delle crociate e delle incursioni saracene (“lo nero periglio che vien dal mare” di Brancaleone), Lepanto, Vienna, giannizzeri contro lanzichenecchi, fino alle occupazioni coloniali e alle recenti guerre petrolifere (sono del 2011 i bombardamenti sulla Libia). Non è mai corso buon sangue fra le sponde
opposte del Mediterraneo. C’è inoltre da tenere in conto che i migranti musulmani, provenendo in gran parte da territori governati da giunte militari dissipatrici, corrotte e sanguinarie oltre che populiste e strumentalmente islamiste, sono totalmente digiuni di democrazia. Quando emigrano in cerca di una vita migliore o in fuga da una sopravvivenza a rischio, è l’Islam, più che la nazione 
Solimano il Magnifico
ritratto da Tiziano
d’origine da cui si sono allontanati, la nazione 
d’elezione che orgogliosamente li accomuna, che rappresenta il loro sistema di valori, i loro usi e costumi, la loro diffusissima lingua, insomma la loro cultura e la loro religione. Diventano, più di quanto già erano, membri della nazione islamica.

Per il democratico consapevole e responsabile una nazione in più costituisce una novità relativa. Si limita a prenderne atto e a reclamare che i nuovi arrivati rispettino la stessa legge che rispetta lui, disposto ad adattarla per quanto possibile alle esigenze della convivenza. Per il nazionalista che sopravvive anche nelle democrazie di più antico lignaggio è invece un pericolo da neutralizzare, tanto più che nell’immigrazione islamica vede riprodotto a scala locale il califfato di antica memoria e l’ISIS (Stato Islamico dell’Iraq e della Siria) altrimenti denominato ISIL (Stato Islamico dell’Iraq e del Levante) che mira a rinverdirlo. Impone quindi l’adozione degli usi, dei costumi e magari anche dei consumi tipici del luogo, vieta la costruzione delle moschee e l’apertura dei kebab, pretende la conoscenza della lingua, nega la cittadinanza. Per quanto insista a chiamarla integrazione, quel che in realtà vuole è, se non vogliamo chiamarla conversione, l’assimilazione a uno stile di vita “normale” o “ufficiale” che la democrazia, priva com’è di un dominus legittimato a dettarlo, non conosce e non ammette. In democrazia la sovranità appartiene al popolo e il popolo, in democrazia, è una congerie di minoranze ognuna con il suo, di stile di vita.  

La preghiera dei milanesi musulmani in Piazza del Duomo
Se è vera la corrispondenza fra nazionalismo e assolutismo, ancor più vera si deve ritenere l’antinomia fra nazionalismo e democrazia. Ci sono momenti della storia in cui tocca scegliere se essere dell’una o dell’altra fatta, di entrambe non si può. Il tempo in cui viviamo è uno di questi, attraversato com’è dal nazionalismo radicale di matrice islamica che ogni giorno insanguina della sua violenza terroristica non solo l’Africa e il Medio Oriente ma sempre di più anche le città dell’occidente. Come fronteggiarlo?
Per molti, forse la maggioranza, spinti da quella che considerano una naturale e doverosa reazione, con un nazionalismo uguale e contrario. «Siamo in guerra, rendiamocene conto prima che sia troppo tardi» ammoniscono, «e in guerra vale la dura legge del più forte. Chi stupra e decapita i “miscredenti” perché secondo lui è il trattamento che merita chiunque osi distinguere fra precetto religioso e legge dello Stato, fra condotta personale e ordinamento civile, può capire solo il linguaggio delle armi». Non si pensi però che da questa premessa discenda la logica conseguenza di promuovere o magari soltanto auspicare una spedizione militare in Siria o in Iraq, là dove i fatti avvengono.
L'Islam dominerà il mondo. Sharia la vera soluzione. Libertà va all'inferno
L’indignazione giustamente suscitata da orribili vicende esterne si sfoga sul fronte interno prendendo a bersaglio il “nemico che è fra noi”: «Dovete proprio esser ciechi a non vedere che ci stanno invadendo, che i disperati morti di fame dei barconi altro non sono che l’avanguardia di un’occupazione imminente». Poi l’esortazione sale di tono: «Saranno anche carrette del mare quelle dirette a Lampedusa ma all’effetto pratico è come se fossero anfibi da sbarco dei marines, e noi allocchi, invece di respingerle a costo di trainarle col loro carico là da dove sono venute, le scortiamo fino a un approdo sicuro di casa nostra. Emergenza umanitaria? Legge del mare? Mah! In ogni caso, gli uomini e le donne che hanno a bordo vanno trattati per quello che realmente sono, quinte colonne di un nemico minaccioso e incombente, gente da tenere sotto controllo stretto non da ospitare secondo i soavi riti della convivenza democratica. Anzi, per dirla tutta, è proprio la democrazia il lusso che in guerra non possiamo permetterci, andrebbe abolita o perlomeno sospesa».
Dio non voglia! Mai accettare il confronto sul campo congeniale all’avversario. Nazionalismo contro nazionalismo, la feroce disinvoltura dei fondamentalisti islamici è ineguagliabile – «noi qui ammazziamo i miscredenti» confessa col tono di chi sta parlando del tempo la foreign fighter italiana Maria Giulia Sergio, ora Fatima Az Zahara – e sfidarli su questo piano sarebbe un imperdonabile errore. Ma non sarebbe solo un errore, scendere sul loro stesso terreno equivarrebbe alla ritirata del mondo libero di fronte all’avanzata dello Stato Islamico, sarebbe la capitolazione al fondamentalismo negatore della libertà di pensiero e perciò odiatore della democrazia, sarebbe insomma il suicidio della civiltà democratica.
Nel celebre Discorso sugli Ateniesi, universalmente considerato il manifesto della democrazia,  Tucidide riserva una parte importante dell'orazione di Pericle – l’Atene del tempo era piena di immigrati  al rapporto della polis con gli stranieri. Istituisce in tal modo, con parole di tolleranza e insieme di orgoglio e di sfida, l'inscindibilità di democrazia e accettazione delle diversità culturali:
Tucidide
«Qui ad Atene noi facciamo così. Noi abbiamo una forma di governo che non guarda con invidia le costituzioni dei vicini, e non solo non imitiamo altri, ma anzi siamo noi stessi di esempio a qualcuno … La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l'uno dell'altro e non infastidiamo il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo, né gli infliggiamo con la nostra riprovazione una molestia che, se non è un castigo vero e proprio, è pur sempre qualche cosa di poco gradito. Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo … La nostra città è sempre aperta a tutti e non c’è pericolo che, allontanando i forestieri, noi impediamo ad
Pericle
alcuno di conoscere o di vedere cose da cui potrebbe trarre vantaggio; perché fidiamo non tanto nei preparativi e negli stratagemmi, quanto nel nostro innato valore che si rivela nell’azione … convinti che la felicità sta nella libertà e la libertà nell’indomito coraggio, non fuggiamo i rischi della guerra
».
Oggi come 25 secoli fa, una società laica e democratica, che come tale si regge sull’indifferenza della legge alle credenze religiose e ai retaggi culturali, si difende dalle minacce esterne e interne senza cedere alla tentazione di combattere il suo nemico nazionalista imitandolo. 
Mappa religiosa dell'Europa post pace di Augusta
Se lo facesse, violerebbe la sua stessa costituzione e sprofonderebbe di nuovo nel pensiero unico, nel “cuius regio eius religio”, che per la verità dai tempi di Carlo V non ha mai riscosso tanto favore quanto ai nostri giorni. Poiché per ripristinarlo bisogna sbarazzarsi della democrazia, i nazionalisti più coerenti auspicano l’una e l’altra cosa.
Gauss
(12 luglio 2015)

(cliccare sulle immagini per ingrandirle)



giovedì 27 febbraio 2014

Il talento nascosto

di giorgio casera

Ci avevo già pensato ai tempi di Primo. A sentirlo parlare di arte, di cinema ( e altro ancora) o leggendo i suoi scritti (nei Bei Momenti, i post dei vari blog, alcuni raccolti da Novaluna nel libro “Novellette degli odori”, e poi, quello che considero un grande racconto. “La grande bua”) riusciva difficile pensare che nella parte più creativa della sua vita avesse fatto il rappresentante commerciale o il marketing manager (peraltro con ottimi risultati) in una grande multinazionale.
Come avrà fatto, pensavo, a discutere con i clienti di computer, di sistemi informativi, di contratti, se dentro gli rodeva un altro fuoco? Poi, però, pensavo che le necessità della vita impongono scelte drastiche, non sempre quelle auspicate. Forse che Fenoglio non commerciava in vini delle Langhe? E Joyce non faceva l’insegnate di inglese quando si trovava a Trieste? e Svevo, e tanti altri ancora? Concludevo: è stato un vero peccato, abbiamo perso uno scrittore di saggi o di romanzi, oppure un critico d’arte, ma non c’erano alternative!
Ma quello di soffocare il proprio talento o di ignorare di possederlo deve essere un fatto più diffuso di quanto si creda. Ma prima o poi viene fuori. Posso citare l’esempio di Claudio (anche lui una vita tra informatica, processi aziendali e così via): in un tempo in cui (opinione personale!) la musica si gusta seduti comodamente nella poltrona di casa o di un teatro, Claudio ha deciso di prendere (seriamente) lezioni di piano.
Non ci resta che assistere ad un suo concerto, quando deciderà di condividere i risultati di questa scelta.
Ma l’esempio più recente di talento ignorato per anni ed infine rivelato è quello di Giuseppe. La sua mostra di quadri visti domenica scorsa alla FAL di Lissone mi ha impressionato per qualità, per varietà di stile, armonia, scelta del colore etc.(non sono un critico d’arte!).
Giuseppe, nella presentazione della mostra, ha confessato di essere arrivato tardi ed in modo casuale a scoprire la sua inclinazione. Ma, visti i risultati, era già una volontà e capacità potenziale, anche se inespressa.
Dicono che un quadro piace quando tra l’immagine rappresentata e chi lo guarda si stabilisce una sintonia, anche irrazionale.
La prima conseguenza di questa sintonia è immaginare come starebbe bene su una parete di casa, in un punto dove ogni giorno, quando lo si guarda, si scoprono particolari e significati nuovi. Beh, domenica ho ripetuto l’esercizio più volte!


P.S. Le foto dei quadri di Peppo sono di Franco Isman.

giovedì 16 gennaio 2014

ricordi di famiglia: i Foà

di annalisa

Arnoldo e suo fratello Piero erano vecchi amici di Giogio e Piero Colombo, papà e zio di Alberto. Una amicizia allegra che risaliva su per li rami ai loro genitori fino dai tempi in cui erano tutti e quattro, i nonni Foà e i nonni Colombo, giovani sposi a Ferrara.
Dirce e Valentino Foà, Ilda e Alessandro Colombo erano stati vicini di casa e avevano poi mantenuto rapporti per tutta la vita, attraverso trasferimenti e vicissitudini fino a quando i Colombo sono scomparsi tragicamente nella shoah.
In casa Colombo si seguivano con interesse e gioia ma senza eccessi, le glorie di Arnoldo in teatro alla tivvù e al cinema, e i due Pieri si scrivevano e si vedevano appena era possibile. Fra Firenze e Monza la distanza non era così trascurabile come adesso.
A  Firenze infatti abitava Piero Foà, dove i genitori gestivano un negozio di ferramenta in una stradina dietro Piazza Santa Maria Novella. Era uno di quei negozi scuri come antri, pieni di cassettiere di viti e chiodi e di ogni sorta di materiali, con un odore di ferro gomma e ruggine. Somigliava un po' al Ferrario ancora in auge, per fortuna, a Monza.
Io da ragazzina, ancora lontanissima dal matrimonio e dall'emigrazione al nord, avevo l'incarico insieme ad altri giovani ebrei, di raccogliere le offerte per la comunità ebraica, presso le famiglie e i negozianti di una certa zona. Andavo anche dai Foà. La signora era gentile, vestita di nero, alla cassa, lui burbero e, nel mio ricordo, alto magro e con un camice grigio per non sporcarsi i vestiti, mi faceva un po' paura.
Piero Foà, a differenza di di Arnoldo che aveva altro da fare, è sempre stato attivo nella Comunità ebraica fiorentina, era anche amico dei miei genitori e collaborava con la mia mamma Elena in imprese benefiche e attività culturali.
In questi giorni della morte di Arnoldo Foà sono tornati alla mente mia e di Alberto questi ricordi minimi di gente buona e gentile, simile a quella descritta da Primo Levi nel suo racconto Argon del Sistema Periodico.

Le foto le ho prese da Google tranne questa, emersa inopinatamente
 rovistando nel fondo del computer: